Dopo aver lanciato la “Coalizione dei volenterosi” a sostegno di Kiev, Emmanuel Macron va dritto al sodo. Anzi, cambia proprio strada. Perché il presidente francese, quello che fino a ieri faceva il galletto contro Putin, evocando truppe europee e francesi sul suolo ucraino, oggi scopre improvvisamente una verità antica quanto la diplomazia: con Mosca bisogna parlare. È la politica, bellezza. Ma anche un discreto esercizio di incoerenza.
Solo pochi mesi fa Macron si atteggiava a leader muscolare del fronte occidentale, pronto a colmare – diceva – le esitazioni altrui. Sembrava voler incarnare l’uomo forte d’Europa, quello che non ha paura di sfidare il Cremlino a viso aperto. Oggi, invece, il galletto ha abbassato la cresta. E lo fa perché si è accorto di una cosa molto semplice: l’Europa conta poco, pochissimo. Il capo dell’Eliseo, come molti leader europei, ha svolto fin qui il ruolo di comparsa nelle trattative portate avanti dagli Stati Uniti con la Russia. Un ruolo di osservatore silenzioso, mentre Washington parlava con Mosca e Bruxelles restava fuori dalla stanza. E il dato politico è tutto qui: il livello di fiducia che l’amministrazione americana nutre verso l’Unione europea è bassissimo.
Così Macron tenta la mossa della disperazione: riaprire un dialogo diretto con Putin per “riscattare” la debolezza europea. Dice che sarebbe “nuovamente utile” parlare con il leader del Cremlino. Nuovamente utile. Traduzione: prima non serviva, ora sì. Perché prima c’erano le pose, oggi c’è la realtà. Al termine del Consiglio europeo – quello che ha deciso un prestito da 90 miliardi di euro all’Ucraina senza toccare gli asset russi, altro segnale di impotenza politica – Macron ammette candidamente che il confronto diplomatico tra Stati Uniti e Russia sta mettendo l’Europa in un angolo. E lo dice con una punta di fastidio: “Vedo che ci sono persone che stanno parlando con Vladimir Putin”, cioè Trump. Come a dire: parlano senza di noi.
E allora ecco l’illuminazione: europei e ucraini avrebbero interesse a “trovare il quadro” per riprendere la discussione con Mosca. Perché altrimenti – parole sue – si rischia di discutere tra europei mentre altri negoziano davvero con i russi. Una scoperta tardiva, ma pur sempre una scoperta. Nel frattempo, gli emissari di Trump conducono colloqui separati: da un lato con Mosca, dall’altro con Kiev e gli europei. È la diplomazia che conta, quella che decide. Macron osserva, commenta, suggerisce. E prova a rientrare in partita. Parla di “pace solida e duratura”, di garanzie di sicurezza, di tavoli negoziali. Tutte parole giuste. Peccato che arrivino dopo mesi di retorica completamente diversa.
Il presidente francese vuole colmare un vuoto che però non ha creato Trump: l’ha creato l’Europa stessa, incapace di essere un soggetto politico autonomo. Oggi quel vuoto è occupato dagli Stati Uniti, che fanno pressing su Kiev. All’Ucraina viene chiesto di accettare un piano che, nei fatti, la priverebbe del Donbass. Il nodo territoriale resta lo scoglio principale, mentre Kiev punta – legittimamente – a ottenere garanzie di sicurezza per il dopo-guerra.
Trump continua a dire che la fine del conflitto è “vicina”. Forse è vero, forse no. Di certo c’è che i negoziati non sono ancora arrivati al traguardo. Ma una cosa è chiara: quando si è trattato di parlare con Putin, a farlo non è stata l’Europa dei galletti. È stato chi, piaccia o no, conta davvero. E Macron, che ieri faceva la voce grossa, oggi si accoda.
Franco Lodige, 20 dicembre 2025
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