L’euforia con cui una parte della stampa italiana ed europea ha accolto l’ascesa di Péter Magyar dice più dei desideri di chi racconta che della nuova realtà politica ungherese. Come spesso accade a certe latitudini, ancora una volta si è preferito costruire un personaggio funzionale a una narrazione — il “nuovo europeista” che archivia l’era di Viktor Orbán — piuttosto che analizzare con rigore le sue parole e il suo profilo.
Basta ascoltare ciò che Magyar ha affermato, senza filtri ideologici, ieri nella sua prima conferenza stampa da vincitore per capire quanto questa rappresentazione sia quantomeno affrettata. Sul dossier più sensibile per Bruxelles, l’adesione dell’Ucraina all’Unione, la posizione è netta: nessuna corsia preferenziale. Tradotto: niente scorciatoie politiche, nessuna accelerazione dettata dal contesto geopolitico. È una linea che, pur espressa con toni meno conflittuali rispetto a Orbán, resta pienamente sovranista nell’impostazione e profondamente scettica verso l’agenda strategica dell’Ue.
Anche sul rapporto con Bruxelles, il cambio di passo appare più stilistico che sostanziale. Magyar parla di “approccio costruttivo” e di ricerca di compromessi, ma specifica subito che questi dovranno “andare bene agli ungheresi”. Non è europeismo convinto: è negoziazione dura, pragmatica, nazionale. In altre parole, non aspettatevi un’Ungheria allineata, ma un partner meno rumoroso e forse più abile nel far valere i propri interessi.
Per quanto riguarda l’energia, Magyar ha dichiarato che il Paese continuerà ad acquistare energia russa e darà priorità al petrolio più economico disponibile, una posizione che sembra entrare in tensione con la sua promessa elettorale di eliminare gradualmente le importazioni di energia russa entro il 2035. Anche sul rapporto con Vladimir Putin il registro resta pragmatico: “Se Vladimir Putin chiama, rispondo al telefono. Se parlassimo, potrei dirgli che sarebbe bello porre fine alla guerra dopo quattro anni”.
Il passaggio più rivelatore, però, è quello identitario: “La nostra storia non si scrive a Bruxelles o a Washington“. È una frase che potrebbe essere uscita, quasi senza modifiche, dal repertorio retorico di Orbán. Il messaggio è chiaro: apertura sì, subordinazione no. Cooperazione sì, interferenze no. È il linguaggio classico del conservatorismo nazionale dell’Europa centrale, non certo quello di un leader progressista o di un federalista europeo.
Anche sul tema delle migrazioni, la linea appare in continuità con l’impostazione degli ultimi anni. Magyar ha sottolineato che l’Ungheria deve risolvere la questione delle multe giornaliere da un milione di euro imposte per il mancato rispetto di una precedente sentenza della Corte di giustizia dell’Unione europea sul trattamento dei migranti. “Ci sono altri Paesi che sono riusciti a rispettare le leggi dell’Ue senza permettere l’ingresso di migranti irregolari. Se Slovacchia e Polonia sono riuscite a risolvere questo problema, allora possiamo farlo anche noi”. Magyar ha inoltre dichiarato di opporsi al patto migratorio dell’Ue e di voler mantenere la recinzione di confine costruita sotto il governo Orbán. Tolleranza zero, arricchita dall’istituzione di ronde interne per garantire la sicurezza dei cittadini e aumento delle spese militari per la Nato fino al 5% del Pil. Tutte frasi da far rizzare i capelli in testa ai vari Bonelli, Fratoianni e Conte.
Eppure, testate come la Repubblica e gran parte della stampa progressista hanno rapidamente archiviato queste sfumature, preferendo raccontare una svolta epocale: l’Ungheria che “torna in Europa”, il dopo-Orbán come ritorno alla normalità liberale. Una lettura comoda, rassicurante, ma fragile.
Magyar non è un outsider europeista piovuto dal nulla. È un politico con un passato interno al sistema di potere ungherese, un liberal-conservatore che conosce bene i meccanismi e gli equilibri costruiti negli ultimi anni. Il suo obiettivo non sembra essere quello di rovesciarli, ma piuttosto di ricalibrarli: meno scontro frontale, più diplomazia; meno isolamento, più capacità negoziale.
Questo non significa che nulla cambierà. Il tono conta, e un’Ungheria meno conflittuale potrebbe facilitare dinamiche oggi bloccate. Ma scambiare un cambio di stile per un cambio di campo è un enorme errore analitico. Magyar non è il campione di un nuovo europeismo, ma l’interprete di una versione aggiornata — e probabilmente più efficace — dello stesso interesse nazionale ungherese.
In definitiva, più che di una vera e propria svolta ideologica, siamo davanti a una mutazione tattica. E chi oggi festeggia una conversione europeista rischia, domani, di restare alquanto deluso.
Salvatore Di Bartolo, 14 aprile 2026
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