Novanta tombe in fila. Quasi tutte senza nome. Dentro, i corpi dei migranti morti durante il drammatico esodo verso Ceuta, l’enclave spagnola in territorio africano. E poi altre cinque sepolture, arrivate nelle settimane successive. È l’immagine impressionante che emerge da un reportage di El País nel cimitero musulmano di Sidi Embarek. Un’immagine che dovrebbe interrogare tutti. Ma che suggerisce anche una domanda politicamente scomoda: immaginate se fosse successo nell’Italia di Giorgia Meloni?
La tragedia risale al 30 e 31 luglio, quando decine di migliaia di persone hanno cercato di entrare a Ceuta attraverso il confine con il Marocco. Circa 80mila, secondo la ricostruzione del quotidiano spagnolo. Novanta persone sono morte nella calca. Tutte tranne una donna e un bambino erano uomini. Soltanto nove vittime sono state identificate, ma neppure i loro nomi compaiono sulle lapidi.
Il reportage racconta che il cimitero è stato ampliato in fretta per accogliere le salme. Le prime diciotto tombe sono state rivestite di granito prima della visita di re Felipe VI e della regina Letizia. Le altre, invece, sono rimaste per settimane tra sabbia, macerie e lavori in corso. Nessun familiare a piangerle. Nessuno ad accompagnare quei morti nell’ultimo viaggio, se non gli addetti alle sepolture.
Ora proviamo a cambiare scenario. Stesse immagini, stessi numeri, stesso cimitero. Ma al posto della Spagna socialista mettiamo l’Italia governata dal centrodestra. Non è difficile ricordare cosa accadde dopo la tragedia di Cutro, nel febbraio 2023. Le opposizioni chiamarono direttamente in causa il governo, contestandone la gestione dei soccorsi e chiedendo responsabilità politiche. Giorgia Meloni fu bersaglio di critiche durissime. Il dibattito pubblico si concentrò non soltanto sui trafficanti, ma anche sulle scelte dell’esecutivo italiano. Ricordate Bonelli? “Due anni fa, nelle acque di Cutro, si consumava una delle più tragiche stragi di migranti nel Mediterraneo. Un’imbarcazione salpata dalla Turchia con oltre 180 persone a bordo, si è trasformata in una bara per almeno 94 di loro, tra cui donne e bambini – disse – Una tragedia annunciata, che avrebbe potuto e dovuto essere evitata. Su questa strage pesa una responsabilità politica chiara”. Ovviamente di FdI. A Ceuta, invece, il racconto delle responsabilità ruota soprattutto intorno al Marocco, alla gestione della frontiera e alle reti che organizzano le traversate. Tutti elementi rilevanti. Ma allora perché non interrogarsi con altrettanta forza anche sulle responsabilità politiche del governo di Pedro Sánchez?
Attenzione: non significa attribuire automaticamente al premier spagnolo la colpa di quelle morti. Sarebbe una scorciatoia ingiusta. Significa chiedere che lo stesso criterio di valutazione venga applicato a tutti i governi, indipendentemente dal loro colore politico. Perché novanta persone sepolte quasi tutte senza nome non diventano una tragedia meno grave se il presidente del Consiglio è socialista. E le domande sulla prevenzione, sui controlli alle frontiere e sulla gestione dell’emergenza non dovrebbero dipendere dalla simpatia politica per chi governa.
Giuseppe De Lorenzo, 15 ottobre 2026
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