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Per salvarci dal Covid, perdiamo noi stessi

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Finalmente è arrivato il freddo anche in questo spicchio di terra e di mare benedetto da Dio per il suo clima dolce. Qua, nel 1901, la Regina Vittoria sognò di svernare. Tutto era pronto, i bordigotti erano eccitatissimi, d’improvviso scoppiò la Guerra dei Boeri, il Signor Angst, proprietario dell’omonimo grand hotel, ricevette la disdetta, fu indennizzato con 30.000 lire (oggi 200 milioni di euro). Il sogno imperiale bordigotto svanì.

Quel freddo che mi scaldava

È arrivato il freddo, Natale è il festival del freddo, con il freddo ogni anno torno bambino. Nel freddo ci sono nato (una gelida portineria), ci sono vissuto per tutta l’infanzia e l’adolescenza scoprendo sia il “freddo operaio” di Torino sia il “freddo contadino” dell’Alta Garfagnana. Durante la stagione bella, con la nonna preparavamo delle palle di carta (usando i giornali che il Signor Conte gettava), le bagnavamo per dare loro consistenza, le facevamo poi seccare al sole in cortile: sarebbero servite in inverno per risparmiare sulla spesa di legna per la nostra stufa-putagè. Allora senza fuoco si moriva, o di fame o di freddo. Si sopravviveva al freddo se ci si convinceva che il futuro sarebbe stato caldo. Quel giorno del 1954 in cui dal boiler appena comprato con il mio primo stipendio sgorgò acqua calda mia mamma pianse.

Lo stesso avveniva in Garfagnana. In primavera, estate, autunno, gli uomini lavoravano duro nei campi e negli alpeggi, d’inverno, causa neve, il lavoro si riduceva, il buio sopraggiungeva già nel pomeriggio. Allora si stava tutti accanto al fuoco per risparmiare legna, la famiglia dello zio più sfortunato addirittura svernava nell’adiacente stalla sfruttando il tepore delle pecore. Quando, tanti anni dopo, lessi il Dottor Zivago mi colpì una frase di Lara che mi appuntai “Vieni da me a bere un tè. È bello, quando nevica, stare dentro, al caldo, a parlare di cose intelligenti”. Anche allora i poveracci erano al freddo, i politicamente corretti al caldo a parlare di cose intelligenti. In effetti non c’è nulla di più bello che osservare da ampie vetrate cadere la neve mentre il riscaldamento è a manetta.

Il freddo l’ho sempre associato al buio, infatti nei calendari antichi, sia pagani, sia cristiani, in novembre e in dicembre sono concentrate le feste tristi dell’umanità. Quelle che avevano come oggetto il buio, il freddo, la morte. Era come se tutti trattenessimo il respiro in attesa del solstizio d’inverno, in attesa della luce della notte di Betlemme che tutto avrebbe illuminato. Un Natale papà raccontò una bella storia. Il giorno di Natale del 1914 un gruppo di fantaccini francesi e tedeschi, si ribellarono ai loro ufficiali, e, deposte le armi nelle trincee, festeggiarono il Natale scambiandosi gallette e sigarette, alcuni tirarono due calci al pallone. Il giorno dopo ripresero ad uccidersi perché questo voleva la politica. Oggi tocca a me scegliere una delle frasi più belle a proposito dei cambiamenti climatici. Non la disse né Al Gore (premio Nobel), né Greta Thunberg (futuro premio Nobel) né qualche politico euro cinese, già partecipante alla Conferenza di Parigi, dal suo attico o super riscaldato o super condizionato. No, è di un giovane leader inuit: “Il nostro popolo ha diritto ad aver freddo”.

Società perduta

Natale si avvicina, l’insipienza di questo governo di inetti vanitosi si esalta, scrivono protocolli ridicoli in un italiano pessimo. Mi compiaccio sempre più di essermi messo mesi fa in lockdown volontario. I loro diktat non mi toccano, neppure li leggo: sono oltre, ho preferito restare in casa solo perché non sopportavo più loro e le loro claque. Mi spiace per la messa di mezzanotte. È ovvio che se c’è il coprifuoco a partire dalle 22 la messa di Natale debba essere anticipata. Ma quella in Vaticano, Stato sovrano, no. La Curia poteva imporre la non partecipazione dei cittadini vaticani alla messa di mezzanotte, ma sarebbe stato bello che il Papa, da solo, come ai tempi delle catacombe, a mezzanotte, celebrasse l’eucaristia. Peccato.