Perché la sentenza su Salvini dimostra che esistono le toghe rosse

Open Arms, la fine di una storia che non sarebbe mai dovuta cominciare. Ma anche l'ennesima conferma sulla magistratura

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Alla fine è andata come doveva andare fin dall’inizio. Matteo Salvini è stato assolto in via definitiva perché il fatto non sussiste. La Cassazione ha messo il timbro finale su una vicenda che, a leggerla oggi, appare per quello che è stata: un accanimento giudiziario tanto clamoroso quanto inutile, costruito per anni attorno a una scelta politica legittima.

I giudici della terza sezione penale della Suprema Corte hanno respinto il ricorso della Procura di Palermo, confermando l’assoluzione già pronunciata dal Tribunale. Fine della storia. O meglio: fine di una storia che non sarebbe mai dovuta cominciare. Salvini era imputato per sequestro di persona e rifiuto di atti d’ufficio per la gestione dello sbarco dei migranti della nave Open Arms nell’estate del 2019, quando era ministro dell’Interno. Una scelta collegiale, politica, assunta nell’ambito delle sue funzioni. Trasformata però in un processo penale.

Lo ha detto senza giri di parole l’avvocata Giulia Bongiorno, parlando di un procedimento che “non doveva nemmeno iniziare”. Un dettaglio non secondario: anche la Procura generale aveva concluso per l’assenza di responsabilità penali. Eppure si è andati avanti, fino all’ultimo grado di giudizio. Perché? La risposta è sotto gli occhi di tutti. Salvini ha commentato con una frase semplice, che vale più di mille arringhe: “Difendere i confini non è reato”. Ed è esattamente questo il punto. Si è voluto processare un ministro per aver fatto il ministro. Un precedente pericoloso, se non fosse stato smontato pezzo per pezzo dalle sentenze.

La maggioranza di governo ha salutato l’assoluzione come una conferma di principio. Giorgia Meloni ha parlato di una “buona notizia” e del riconoscimento di un fatto elementare: difendere i confini rientra nei doveri di chi governa. Antonio Tajani ha evocato la “giustizia fatta”, mentre il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha ricordato che quelle decisioni furono prese con atti motivati e nell’interesse pubblico. In Senato, Meloni ha chiesto un applauso, definendo le accuse infondate. Calderoli ha parlato di una vicenda durata “fin troppo”, Valditara di una battaglia di principio vinta. Perfino Viktor Orban ha parlato di “caccia alle streghe politica”. Dall’altra parte, come da copione, arrivano le proteste. Oscar Camps, fondatore di Open Arms, liquida la sentenza come “politica” e non tecnica. Un’accusa curiosa, detta dopo tre gradi di giudizio. Angelo Bonelli dice di rispettare la decisione ma ribadisce il suo giudizio politico negativo. Tradotto: quando la sentenza non piace, diventa improvvisamente sospetta.

Ma la verità è più semplice e anche più scomoda. Questo processo dimostra che una parte della magistratura ha inseguito per anni un obiettivo politico, senza riuscire a trasformarlo in una condanna. È la prova plastica che le cosiddette toghe rosse non sono una leggenda metropolitana, ma un problema reale quando il diritto penale viene usato come clava contro chi governa in modo non allineato. Anni di titoli, di accuse, di gogna mediatica. Zero risultato. Se non uno: aver rafforzato l’idea che in Italia si possa finire sotto processo per aver difeso i confini. La Cassazione ha rimesso le cose a posto. Peccato che, come spesso accade, il processo sia stato la vera pena.

E non è finita qui, considerando gli ultimissimi sviluppi. Sì, perché l’Ue ha dato incredibili segni di risveglio sul fronte migratorio e prepara la stretta invocata da tempo dal governo italiano. La reazione della magistratura non si è fatta attendere: come spiegato dal giudice Luca Minniti (presidente della sezione immigrazione del tribunale di Bologna) al Manifesto, c’è il ritorno di fiamma del “controlimite” della nostra Costituzione. In altri termini, le norme comunitarie non rappresentano più un dogma ineludibile, un fattore sacro. Anzi, se si tratta di “Paesi sicuri”, quelle leggi possono rapidamente trasformarsi in “incostituzionali”. Per la precisione, potrebbero rivelarsi incompatibili con l’articolo 10 della nostra Carta, sul diritto d’asilo. In altri termini, sono pronti a dare ancora battaglia sul dossier immigrazione: il governo è avvisato.

Franco Lodige, 18 dicembre 2025

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