Sicurezza, migranti e temi di stretta politica sono stati affrontati da Nicola Porro con il ministro degli Interni, Matteo Piantedosi, il giorno successivo all’approvazione del nuovo decreto per la regolamentazione dei flussi dell’immigrazione. “Abbiamo creato i presupposti per dare uno strumento in più al governo. Il blocco navale rende bene l’idea: è la possibilità che il governo, quando dovesse rilevare l’esigenza di disporre una formale interdizione all’ingresso delle acque territoriali per esigenze di sicurezza pubblica, di ordine pubblico, di sicurezza nazionale, di pericolo, terrorismo, anche di pressione migratoria insostenibile come in passato”, ha spiegato il ministro. Questo decreto si inserisce in un contesto europeo nel quale l’Ue “sta per approvare l’ultimo dei regolamenti che compongono la riforma del diritto di asilo e del diritto dell’immigrazione” e se un Paese, spiega il ministro, “ha un accordo con un Paese terzo, può portarci queste persone”, dove può gestire il riconoscimento dei migranti. Attualmente, meno del 20% riceve lo status di rifugiato. Ma c’è una giurisprudenza “che tende successivamente ad essere molto molto molto ampia, molto molto più scorrevole. Però sono la stragrande maggioranza quelli che non hanno diritto e anche questa è una cosa molto tecnica”.
Una volta che viene stabilito il divieto di ingresso con il nuovo blocco navale, le persone che si trovano a bordo di quella imbarcazione vengono mandate “in un centro di rimpatrio in un altro Paese” e questo “in realtà fa saltare il progetto dei trafficanti. Oggi gran parte delle persone raccolgono i soldi per pagare i trafficanti di esseri umani: è un po’ come qualcuno ha accesso al prodotto di un tour operator. Se scoraggiamo commercialmente questa operazione, probabilmente troviamo la chiave di volta”. Il governo, da quando è in carica, ha posto in essere misure con l’obiettivo di ridurre a scalare gli arrivi. “Ci riconosciamo un lavoro che è solido, che non è frutto di azioni spot”, ha sottolineato il ministro, dicendosi convinto “che con la perseveranza, con l’opportunità e la responsabilità” si può fare un ottimo lavoro. Il Governo “ha la prospettiva di un lungo periodo: sono passati 3 anni e mezzo e non si intravede nessun motivo che possa legittimamente far pensare che non abbiamo ancora altri 2 anni quasi di tempo per lavorare. E aggiungo: data la bravura, non certo del Ministro dell’Interno, ma di Giorgia Meloni, è ragionevole pensare che ci saranno anche i prossimi cinque anni”.
Oggi, proprio grazie a questa stabilità, c’è “una grande opportunità, la riforma della giustizia che, al di là dell’elemento tecnico, deve servire a creare lo shock di riformare un sistema della giustizia che non è al passo con i tempi, neanche quelli della cultura giuridica”. Oggi, ha proseguito, “c’è una parte della magistratura, una significativa componente giudiziaria, che ha bisogno di uno shock culturale e il referendum in questo senso è un’occasione importante”. Secondo il Ministro, i referendum rappresentano una delle “traiettorie democratiche” fondamentali per rispondere a una giurisprudenza che, in passato, è stata percepita come troppo sbilanciata a favore di visioni ideologiche rispetto alla priorità della sicurezza dei cittadini. La gran parte dei giudici, “sono silenziosi, fanno un lavoro silenzioso quotidianamente” ma “c’è una significativa componente giudiziaria che probabilmente ha bisogno di uno shock per un’inversione culturale in qualche modo nell’affrontare temi così importanti”, come quelli dell’immigrazione. “E il referendum è un’occasione importante, anche se tecnicamente non riguarda tutti questi casi, per creare un rimescolamento delle carte all’interno del sistema”, ha aggiunto. Gli specifici argomenti tecnici, ha spiegato, “che riguardano chirurgicamente il sistema della giustizia attengono a ben altre cose”, per le quali comunque è necessario “riformare la struttura profonda del sistema giustizia, attraverso la separazione delle carriere. Molti dicono ‘se il problema sono i pm creerete dei super poliziotti’… Sì, ma si sottace che così, separandoli dal pm, creeremo dei super giudici. Quindi la creazione di una cultura giudiziaria, di una giurisprudenza che possa essere più rispettosa dei principi liberali, democratici. Perché per quanto tempo le preoccupazioni dei cittadini sulla priorità dei temi della sicurezza sono apparse recessive?”.
C’è stato anche il tempo per una battuta sulle esternazioni del pm Nicola Gratteri, secondo il quale a votare no sarebbero soggetti di dubbia moralità. “Io conosco il pm Gratteri la cui storia è intrisa di cose importanti che ha fatto per combattere la criminalità organizzata, la ‘ndrangheta. Diciamo che forse questa espressione non gli è venuta molto bene. Questo lo dobbiamo concedere a tutti, è successo a tutti”, ha detto il ministro senza sbilanciarsi eccessivamente.
Sulle manifestazioni, ha spiegato Piantedosi, nella fase attuale si “preferisce il contenimento ed evitare il contatto diretto tra operatori e manifestanti, anche a tutela della polizia. Si fotografa la situazione e gli arresti avvengono dopo, perché spesso i manifestanti si travisano per non essere presi subito. Mi assumo la responsabilità di dire che gli arresti verranno in seguito”. Ha anche rivendicato quanto detto in parlamento per il quale era stato criticato: “Ho detto la verità: se si partecipa a una manifestazione contro lo sgombero, avvenuto in maniera persino tardiva, di un immobile pubblico proditoriamente occupato e che era diventata la base logistica per commettere violenze in occasione di manifestazioni pubbliche in tutta Italia… Se io partecipo lì la narrazione della famigliola in cui il bambino stava mano nella mano con la mamma a mangiare il gelato alla manifestazione del genere mi convince poco”. Sul fermo preventivo, “se avessimo avuto quella norma, avremmo potuto agire meglio su chi aveva tute e chiavi inglesi. Abbiamo mutuato ciò che esiste in gran parte degli ordinamenti europei”. Sul suo futuro, Piantedosi si dice certo che il governo Meloni II sarà “con un ministro dell’Interno diverso” in nome della rotazione.
Franco Lodige, 12 febbraio 2026
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