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Piantedosi vs Nordio: perché il governo rischia di andare in tilt

L’ala garantista del governo Meloni rischia di scontrarsi con alcuni provvedimenti del Viminale

nordio piantedosi

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L’Italia è nata su due elementi tra loro contrapposti: da un lato le radici garantiste di Beccaria e Filangieri, dall’altro la lotta contro il brigantaggio con le guardie piemontesi che catturavano i briganti-contadini e li esponevano al pubblico ludibrio. Dopo quasi due secoli quelle contraddizioni sono ancora oggi evidenti.

Ed evidenti queste contraddizioni lo sono anche nell’attuale governo. Da un lato un Guardasigilli, Carlo Nordio, che fa di tutto per riportare la giustizia alla dimensione garantista figlia del Settecento riformatore, dall’altro un ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, che su un quotidiano nazionale ha di recente affermato che “lo Stato ha ingaggiato una guerra contro la mafia che non può concedere al nemico dei vantaggi. Alla luce di questo vanno effettuate anche le valutazioni di ordine costituzionale”. Fatto salvo il diritto dello Stato di usare la forza nel contrastare la mafia, con la precisazione che il “carcere duro” dovrebbe essere usato contro criminali che siano pericolosi solo quando la pericolosità sia concreta ed attuale, non comprendiamo quali valutazioni di ordine costituzionale intenda fare esattamente il ministro dell’Interno.

Sul punto la nostra Costituzione, al terzo comma dell’art. 27, stabilisce che “le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. Una disposizione figlia dell’illuminismo giuridico penale e che peraltro difficilmente potrebbe essere oggetto di revisione costituzionale in quanto radice fondante dello stato democratico di diritto.

Comprendiamo, da un punto di vista politico, che il ministro Piantedosi voglia mettere la firma sulla cattura di Matteo Messina Denaro, l’ultimo mafioso figlio della stagione stragista del 1992-93, ma proporre addirittura di effettuare “anche le valutazioni di ordine costituzionale” ci sembra inopportuno ed eccessivo. Quando lo Stato catturò Totò Riina nessuno parlò di modificare la Costituzione, anzi, lo Stato consentì a Riina – nel rispetto delle norme vigenti all’epoca – di dire tutto ciò che voleva a sua difesa nel corso dei dibattimenti processuali e di confrontarsi con i collaboratori di giustizia che lo avevano accusato. Anche a Riina fu applicato il regime penitenziario del 41 bis, ma negli ultimi anni gli fu accordata qualche concessione come, ad esempio, quella di interloquire con altre persone nelle ore d’aria.

Stesso trattamento riservato a Bernardo Provenzano, che però fu fatto morire in carcere nonostante l’ormai conclamato stato vegetativo. Lo Stato paralizzò dunque la mafia stragista senza cambiare una sola virgola della Costituzione. Anzi, l’allora ministro della Giustizia, il grande penalista Giovanni Conso, non rinnovò l’applicazione del 41 bis a ben 140 mafiosi. Su quella scelta si è detto che lo Stato aveva avviato una trattativa con la mafia; non sappiamo come andarono veramente le cose, sta di fatto che la cosiddetta “trattativa Stato-mafia” è poi stata smentita dalle recenti pronunce in sede giurisdizionale.

Con Messina Denaro, espressione di un tipo di mafia che non c’è più (oggi la mafia non fa più stragi ma miliardi di euro col traffico di stupefacenti), lo Stato applica il 41 bis e – per bocca del ministro dell’Interno – vorrebbe addirittura cambiare il senso rieducativo della pena previsto dalla Costituzione. Ora, se già il regime penitenziario del 41 bis applicato ad un malato di tumore che non presenta elementi di pericolosità concreta ed attuale è di per sé contrario al principio costituzionale secondo cui “le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità”, voler cambiare la Costituzione e il fine rieducativo delle pene fa regredire il livello di civiltà giuridica di una intera Nazione.

Come si concilia dunque la visione garantista di Nordio con quella giustizialista di Piantedosi Messina Denaro è al 41 bis ma c’è già chi la spara più grossa ed alza l’asticella della visione punitiva della pena. “Chi glielo dice ai parenti delle vittime che volete essere garantisti con un criminale di quel calibro”, leggiamo sui giornali e purtroppo anche sui social. Come se lo Stato fosse legittimato a comportarsi come i mafiosi. E allora cambiamo la Costituzione e buttiamo via la chiave. Ci viene in mente il racconto fatto da Eduardo De Filippo che, nello scrivere la commedia “De Pretore Vincenzo”, si ispirò ad una storia vera, quella di aver visto nel 1914 un detenuto al Tribunale di Napoli che, dichiarato colpevole, si colpì al volto con le manette perché chiedeva semplicemente di essere riportato in carcere senza dover attendere tutto il giorno il giudizio degli altri detenuti.

Nella sua requisitoria finale al maxiprocesso di Palermo, l’allora pubblico ministero Giuseppe Ayala concluse con una frase che condividiamo: “Solo il diritto vince sul delitto, la democrazia e la civiltà sulla barbarie”. A distanza di oltre trent’anni ci sembra che non più la forza del diritto vinca sulla barbarie ma il diritto della forza contro chi è già nella disponibilità dello Stato.

Paolo Becchi e Giuseppe Palma, 19 gennaio 2023