Giustizia

Piccoli manettari crescono (nel centrodestra)

La riforma della giustizia fa discutere anche a destra. La risposta a Giorgio Carta

Carlo Nordio e la riforma della giustizia Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI
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Piccoli manettari crescono, ahinoi, anche nel perimetro politico di quel centrodestra di governo, storicamente dimora delle libertà e del garantismo. È questo il caso di Giorgia Carta, che, nelle scorse ore, proprio dalle colonne di questa testata, giungeva ad interrogarsi, con argomentazioni a dir poco opinabili, in merito alla bontà dei provvedimenti approvati dall’esecutivo in materia di giustizia. Separare le carriere, scrive sostanzialmente Carta, non è un danno e neppure una panacea, semplicemente una “bandiera ideologica” da poter sventolare che non contribuirà a rendere la giustizia più imparziale. Un mero spreco di risorse pubbliche, quindi, che non gioverà ad altro se non a dare luogo a “una costosa duplicazione delle strutture organizzative”. Per la serie: tanto non rumore per nulla.

Di più: Giorgio Carta, non si limita a criticare animosamente la riforma sulla separazione delle carriere, ma, nell’insensato giuoco di dipingere sé stesso come un elettore di destra deluso, estende il suo sproloquio al grido: “tolleranza zero”, facendo esplicito riferimento al piano di riorganizzazione delle carceri italiane annunciato dal ministro Nordio. “Dov’è finita quella destra che prometteva di buttare la chiave?”, si chiede Carta, il quale, condanna senza mezzi termini il presunto “liberi tutti” annunciato dall’esecutivo, invocando ora, “la punizione”, ora “l’ordine”, e ora la “forca”. “Non meravigliamoci dell’astensionismo elettorale”, denuncia infine Carta, “ogni volta che la destra si rapporta con la giustizia” è sempre “una Waterloo”.

Quindi, ricapitolando: dopo un trentennio di Repubblica giudiziaria l’esecutivo porta finalmente a casa una vittoria epocale in materia di giustizia, e un autoproclamato elettore di centrodestra cosa fa? Alza affannosamente le barricate ergendosi con prontezza a difesa dello status quo, e reclama il pugno di ferro nei confronti dei detenuti, in molti casi vittime di quei medesimi cortocircuiti giudiziari che il governo sta tentando di limitare con la tanto bistrattata riforma.

Ora, doverosa premessa: chi scrive, nutre profondo rispetto nei confronti delle opinioni altrui. Di tutte le opinioni, ivi comprese di quelle manifestate nella circostanza in questione da Giorgio Carta. Purtuttavia, non si può comunque prescindere dal far notare a critici e smemorati quanto segue. Primo: dal 1994 in poi, la riforma in senso garantista del sistema giudiziario ha rappresentato il punto focale dei programmi elettorali della coalizione di centrodestra. Pertanto, sarebbe il caso di chiedersi: dove ha vissuto in quest’ultimo trentennio chi oggi manifesta malumori o delusioni sul tema della separazione delle carriere? Secondo: chi conserva ancora un minimo di contatto con la realtà, dovrebbe rendersi conto che l’attuazione del piano di edilizia penitenziaria, annunciato dal Guardasigilli per cercare di superare il problema del sovraffollamento delle carceri, rappresenta, oggi, un provvedimento estremamente necessario e non più derogabile.

Terzo: Giorgia Carta critichi pure le misure sostenute dall’esecutivo che sostiene ardentemente di aver votato, e invochi, se vuole, la forca. Ma lo faccia a nome proprio, e non a nome dei sostenitori di quella coalizione, oggi al governo del Paese, costituita trent’anni or sono proprio in nome delle libertà e del contrasto a quell’inarrestabile sentimento giustizialista originatosi nel Belpaese all’indomani dello scoppio di quella cruenta stagione che fu Mani pulite, che, con i suoi provvedimenti, l’esecutivo in carica sta coraggiosamente tentando di archiviare.

Salvatore Di Bartolo, 27 luglio 2025

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