Giustizia

Il dibattito

Ma serve davvero separare le carriere dei giudici?

Apriamo il dibattito sulla norma approvata ieri dal Senato

giudici Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI
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È un giorno importante per la giustizia italiana e lo è anche per misurare la distanza tra la realtà e la narrazione politica che la destra ha costruito in questi anni.

Primo punto: le inchieste giudiziarie colpiscono stavolta a sinistra, eppure nessuno grida al complotto. Nessuno tuona contro le toghe rosse, nessuno si presenta in conferenza stampa per denunciare giudici deviati o faziosi. Al contrario: dai vertici del centrosinistra arrivano silenzio, rispetto istituzionale e persino dichiarazioni di fiducia nella magistratura. Chapeau.

Qui la destra si scopre afona: passa il tempo a denunciare persecuzioni giudiziarie ogni qualvolta un suo esponente viene toccato da un avviso di garanzia e oggi si trova a corto di parole. Quelle stesse toghe definite “rosse” ora vanno benissimo. Allora – viene da chiedersi – chi ha davvero politicizzato il rapporto tra giustizia e politica in questi anni?

Secondo punto: il Senato ha approvato la riforma sulla separazione delle carriere, una bandiera ideologica sventolata per decenni, con la promessa che basterà separare giudici e PM per rendere la giustizia più imparziale.

Chi conosce i meccanismi del potere sa che le consorterie non nascono nei corridoi di uno stesso ufficio: spesso, al contrario, si costruiscono proprio tra non-colleghi, tra chi ha interessi complementari, tra chi deve “scambiarsi favori” senza essere vicendevolmente organico.

Separare le carriere non è un danno in sé – salvo la duplicazione costosa delle strutture organizzative – ma non è nemmeno una panacea. Non impedirà ad eventuali alleanze di formarsi nè renderà automaticamente più indipendenti i giudici, né più obiettivi i PM.

Terzo punto: il ministro Nordio annuncia che ben diecimila detenuti usciranno presto dal carcere grazie a misure alternative, come la detenzione domiciliare in comunità terapeutiche. Il piano, in sé, ha anche spunti condivisibili, ma il punto politico è un altro: che fine ha fatto l’annunciata “tolleranza zero”? Dov’è finita quella destra – che io stesso ho votato per questo motivo – che prometteva certezza della pena, manette ai malviventi e “buttare la chiave”?

Quella destra che, in campagna elettorale, invocava rigore e punizione, oggi firma un provvedimento che si traduce – di fatto – in un “liberi tutti” di proporzioni mai viste. Diecimila condannati torneranno a breve a camminare tra noi. Saranno anche recuperabili, forse, ma è difficile non vedere il cortocircuito: una propaganda fatta di forca e ordine si è sgonfiata e demoralizzerá non poco le nostre forze dell’ordine.

Una Waterloo, appunto, ogni volta che la destra si rapporta alla giustizia. Poi non meravigliamoci dell’astensionismo elettorale.

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