I dati della Maturita’ 2025/2026 diffusi dal Ministero raccontano un Paese in cui l’eccellenza non si conquista: si concede, con criteri singolari. In Puglia e in Calabria il 6,1% dei diplomati esce con 100 e lode. In Lombardia l’1%, in Valle d’Aosta lo 0,7%. Un maturando pugliese ha quasi volte più probabilità di ricevere l’encomio di un coetaneo valdostano, a parità di titolo e programmi.
Per macro-aree la forbice è plastica:
– Sud e Isole al 4,7%,
– Centro al 2,4%,
– Nord all’1,4%.
Non e’ un’oscillazione statistica, è un divario esiziale. Eppure gli stessi territori più munifici in sede d’esame sono quelli che le prove Invalsi, misurazione cieca, collocano in coda alla classifica degli apprendimenti. La valutazione ufficiale corre in senso opposto al dato oggettivo. Todos caballeros: si nobilita per acclamazione chi il test pone più in basso.
Il criterio che non c’è
La causa non è antropologica, è strutturale. Il voto di Maturità lo assegna una commissione in cui pesano i docenti interni, quelli che hanno istruito i candidati e che, di fatto, giudicano se stessi. Manca un’ancora nazionale che calibri i giudizi: l’Invalsi fotografa, ma non entra nel voto. Il risultato è un simulacro di valutazione, autoreferenziale ed endogamico, in cui il metro muta da provincia a provincia. La riforma Valditara, sfoltendo le commissioni, ha prodotto come primo effetto tangibile non più rigore ma più lodi. Ed è qui che affiora il fallimento sostanziale: quello dei criteri che dovrebbero governare la formazione e il controllo del corpo docente. Il docente si forma, insegna e si giudica dentro circuiti locali chiusi, senza che alcun organo terzo certifichi la comparabilità dei metri di valutazione tra un istituto e l’altro. Una macchina che promuove se stessa nella quasi totalità dei casi non vigila ma si assolve.
Nessuno presidia l’omogeneità del giudizio e questo traligna in arbitrio, con l’albagia di chi scambia l’indulgenza per generosità pedagogica. Così il diploma cessa di attestare un livello e certifica per paradosso, la latitudine in cui lo si è conseguito.
La sperequazione
Qui la difformità cessa di essere accademica. Il 100 e la lode non sono orpelli estetici ma dischiudono l’Albo Nazionale delle Eccellenze, gli esoneri dalle tasse universitarie, le borse di studio, la Carta del Merito da 500 euro. Chi è valutato con severità paga due volte: perde il riconoscimento e finanzia, con il proprio rigore, la munificenza altrui. Lo studente scrupoloso del Nord, fermato a un 98 misurato col bilancino, resta a mani vuote; il coetaneo gratificato da una commissione prodiga incassa bonus e precedenze. E quei benefici non piovono dal cielo: attingono a fondi contingentati, per cui il vantaggio immeritato di uno diventa il diritto negato di un altro. La meritocrazia, invocata come totem, viene capovolta nel suo contrario: premia la larghezza del giudicante e non la competenza del giudicato.
Non è una tenzone tra Nord e Sud, ma tra lo Stato e se stesso. Finché il voto misurerà la clemenza della commissione e non il sapere del ragazzo, l’esame di Stato resterà una liturgia: solenne nella forma, vacua nella sostanza. E ogni “todos caballeros” pronunciato in aula sarà una promessa tradita a chi ha studiato davvero.
Giulio Galetti, 7 agosto 2026
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