Batosta alle urne: senza i giovani, la destra non ha futuro

Non è solo una sconfitta elettorale, ma c'è il rischio concreto di perdere un’intera generazione

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giorgia meloni bis

C’è un dato politico che le ultime ore hanno reso impossibile ignorare: il voto nel referendum sulla giustizia ha evidenziato una frattura netta tra governo e nuove generazioni. I giovani hanno votato in larga misura contro, risultando non solo orientati, ma decisivi. Non è un episodio isolato, né una semplice oscillazione d’umore. È il sintomo di un problema strutturale che il centrodestra continua a sottovalutare.

Da anni una quota consistente di nuovi elettori si colloca su posizioni lontane da quelle dei partiti di maggioranza. Le ragioni sono molteplici: una ridotta disponibilità di informazioni pluraliste, una certa tendenza a recepire narrazioni dominanti, e senza dubbio un contesto culturale che premia sensibilità progressiste. Ma fermarsi a questa analisi rischia di diventare un alibi. Perché accanto a questi fattori esogeni esiste una responsabilità politica precisa: il deficit strategico del centrodestra.

Il problema non è solo comunicativo, ma profondamente politico. Su temi ad alta sensibilità generazionale — diritti civili, libertà individuali, inclusione, integrazione — la proposta del centrodestra spesso appare assente, difensiva o poco comprensibile. Non basta contestare il terreno scelto dall’avversario: occorre abitarlo, con idee chiare e credibili. Altrimenti lo spazio viene inevitabilmente occupato da altri.

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Al contrario, la sinistra ha dimostrato negli anni una maggiore capacità di mobilitazione, soprattutto sul piano emotivo e simbolico. Dalla difesa dei diritti costituzionali alle mobilitazioni internazionali, ha saputo costruire narrazioni che parlano direttamente ai giovani, intercettandone paure, aspirazioni e senso di appartenenza. Il centrodestra, invece, tende troppo spesso a rinunciare a questo livello del confronto, limitandosi a risposte tecniche o tardive.

E qui emerge un secondo limite: l’assenza di una strategia di lungo periodo. Non si costruisce consenso tra i giovani con interventi sporadici o operazioni di comunicazione dell’ultimo minuto. Partecipare a un podcast o presidiare un trend non può sostituire un lavoro costante nei contesti— fisici e digitali — dove si forma il pensiero. Università, scuole, piattaforme online: sono questi gli spazi in cui si gioca la partita culturale prima ancora che elettorale.

A questo si aggiunge un errore altrettanto rilevante: la tendenza, sempre più diffusa, a etichettare e sminuire il voto giovanile. Liquidare intere fasce di elettorato come “ProPal” o ridurre le loro posizioni a slogan ideologici non solo è semplicistico, ma controproducente. Significa rinunciare a comprenderne le ragioni profonde e, soprattutto, alimentare una distanza che si traduce poi in consenso per l’avversario. Delegittimare non è una strategia: è una resa.

Anche alcune scelte politiche recenti hanno contribuito ad ampliare ulteriormente la distanza. l’impossibilità per molti fuori sede di partecipare al voto referendario è stata percepita come un segnale di scarsa attenzione verso una fascia già poco coinvolta. Un errore che pesa non solo sul piano pratico, ma su quello simbolico: la partecipazione è il primo passo per costruire appartenenza.

Il punto, allora, non è “recuperare voti” in senso contingente, ma evitare di perdere una generazione intera. Per farlo servono messaggi chiari, una presenza costante e soprattutto una proposta politica che non ignori — o peggio, delegittimi — le priorità dei giovani. Coinvolgerli non significa inseguirli, ma riconoscerli come interlocutori reali, da ascoltare e integrare nel dibattito pubblico.

Continuare a considerare il voto giovanile come un terreno secondario o inevitabilmente ostile è un errore strategico. Perché quei giovani non sono solo elettori di oggi: sono la classe dirigente, il corpo sociale e il consenso politico di domani. E nessuna forza di governo che ambisca a rimanere tale può permettersi il lusso di regalarli in blocco all’avversario.

Salvatore di Bartolo, 26 marzo 2026

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