Politico Quotidiano

Caos Minetti, il Pd vada a bussare a Mattarella e agli amati magistrati

Com'è utile godere di buona stampa. Il Colle fa scaricabarile sul ministero, ma nel suo vecchio comunicato aveva detto un'altra cosa

Nicole Minetti e il caos grazia Immagine generata da AI tramite GPT Image 1.5 di OpenAI
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Sapete quanto è importante godere di buona stampa? Molto. Moltissimo. Lo dimostra chiaramente l’affaire Minetti, ricaduto mediaticamente sulle spalle di Carlo Nordio (il Pd ne chiede addirittura le dimissioni), quando è chiaro pure ai sassi che, se c’è qualcuno che dovrebbe rispondere degli eventuali (e tutti da dimostrare) errori nella pratica, quelli sono i magistrati. E in parte pure Mattarella, al cui ruolo di semplice passacarte non credono neppure i bambini.

Partiamo dal principio. Nelle scorse settimane piomba come una bomba sulla politica italiana la notizia, tenuta decisamente riservata, della grazia concessa da Sergio Mattarella (e no, non da Topo Gigio) a Nicole Minetti, già condannata in due processi a 3 anni e 11 mesi di carcere per peculato e favoreggiamento della prostituzione. Avrebbe dovuto scontare la pena con l’affidamento in prova ai servizi sociali, ma per il Quirinale la presenza di un minore in “gravi condizioni di salute”, che “necessita di assistenza e cure particolari presso ospedali altamente specializzati”, giustificava l’atto di clemenza. Inevitabili le polemiche. Ma sia dal Colle sia dalla Procura generale di Milano assicuravano che non c’era stato alcun favoritismo: Francesca Nanni, che dirige l’ufficio, al Corsera lamentava addirittura “la malafede” di chi pensava che la pratica fosse stata gestita con un occhio di riguardo. Poi il Fatto Quotidiano, ovviamente critico sulla scelta, scava un po’ sulla storia del minore e “scopre” che le dichiarazioni rese nella domanda di grazia non sarebbero linde e pinte. Insomma: qualcosa non tornerebbe, anche se la diretta interessata respinge ogni accusa, parlando di informazioni “prive di fondamento e gravemente lesive della mia reputazione personale e familiare”. Da qui la decisione del Quirinale di chiedere al Ministero “ulteriori e urgenti approfondimenti sulla pratica”, al fine di verificare “la supposta falsità degli elementi rappresentati nella domanda di clemenza”.

Apriti cielo. Prima ancora di leggere le eventuali verifiche e scoprire se il Fatto ci ha visto giusto o ha preso un abbaglio, subito parte la caccia al responsabile. Chi è che ha firmato la grazia senza indagare a sufficienza? Possibile che l’attentissimo Mattarella abbia preso un tale bidone su un argomento così importante? Ed è qui che entra in gioco la buona stampa. Ieri, subito dopo aver diramato ai giornali la lettera inviata al ministero della Giustizia per chiedere approfondimenti, dal Colle si sono precipitati a spiegare che no, la colpa non è di Mattarella, perché egli non dispone di autonomi strumenti di indagine per accertare i fatti che gli vengono prospettati nella proposta di grazia. La sua decisione si fonda solo sugli elementi che gli vengono presentati e sulle valutazioni formulate, e l’unico soggetto competente a svolgere l’attività istruttoria in merito alle domande di grazia, come confermato dalla Corte Costituzionale con la sentenza 200 del 2006, sarebbe via Arenula. L’assist è perfetto. Infatti subito il Pd, per voce di Serracchiani, chiede a Meloni le dimissioni di Nordio, anche per schermare le responsabilità del Quirinale. Insomma: colpa del governo, mica del Presidente della Repubblica (che però è l’unico che può firmare la grazia).

Si tratta di un giochetto, favorito dalla suddetta buona stampa. Perché, se proprio vogliamo trovare un colpevole per scaricare il barile dalle spalle di Re Sergio (che però così fa la figura del passacarte), allora non è al ministero che bisogna guardare, ma ai tanto amati (dal Pd) magistrati. Quelli “intoccabili”, usciti vincitori dal referendum sulla giustizia. Già. Perché lo stesso Quirinale, nel comunicato dello scorso 11 aprile, in cui precisava la propria decisione di concedere la clemenza, sottolineava che in favore della firma si era espresso “il competente Procuratore generale della Corte di appello in un ampio parere“. Insomma: era lo stesso Colle a spiegare che Mattarella non aveva avuto un colpo di testa, ma si era basato sull'”ampio parere” delle toghe (non di Nordio). E quindi è a loro, non al governo, che bisognerebbe fare toc toc. In fondo, la Procura generale non fa mistero di questo e spiega che sul caso “erano stati svolti gli accertamenti normalmente richiesti in casi analoghi”, che però “non comprendevano indagini all’estero”, su cui non avevano alcuna delega.

A confermarlo è anche Cesare Mirabelli, gran costituzionalista, sentito stamattina da La Repubblica. Cosa dice? Che ad assumere “le opportune informazioni” sul caso di grazia e a trasmettere il fascicolo al ministero “con le proprie valutazioni” è il Procuratore generale della Corte di Appello. Poi, certo, il ministero integrare l’istruttoria, ma verificare che le informazioni siano corrette è il procuratore generale che “deve svolgere questa attività istruttoria e controllare le situazioni di fatto che si presentano”. Attività che, a sentire il sostituto Gaetano Brusa, è avvenuta senza riscontrare problemi: “Il quadro era completo e non emergevano dati anomali. L’acquisizione documentale è avvenuta attraverso i riscontri sanitari dei carabinieri”. Per la Nanni addirittura il parere redatto dal collega era “fatto benissimo”.

In ogni caso, alla fine della fiera, è Mattarella a decidere, non Nordio. “Il potere di grazia – ricorda Mirabelli – è proprio del Presidente e il ministro può solamente segnalare eventuali ragioni che la rendono non opportuna”. Lo ha stabilito nientepopodimenoche la Corte Costituzionale. E infatti su oltre 1500 richieste di grazia arrivate dal ministero a Mattarella, Re Sergio ne ha concesse solo 27. Cioè ha scelto. Ha vagliato. Ha fatto le sue valutazioni. E se su Minetti ha sbagliato, e ribadiamo “se”, la colpa sarebbe un bel po’ anche sua.

Giuseppe De Lorenzo, 28 aprile 2026

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