Possiamo anche chiamarlo Pippo in nome del politicamente corretto, ma quello di Modena è stato tecnicamente un attentato studiato nei dettagli. Opera di un pazzo? Certo, come la maggior parte degli attentati, ma sta di fatto che nessun matto italiano – ce ne sono tanti, e pure violenti e assassini – ha mai pensato e attuato un piano del genere, copiato alla lettera dagli attentati messi in pratica dagli estremisti islamici in mezza Europa.
L’attentatore era un italiano? Sì, in quanto nato in Italia, ma sarebbe meglio definirlo un immigrato di seconda generazione che, a differenza dei suoi genitori, non ha dovuto affrontare il problema della sopravvivenza, bensì quello dell’integrazione. I fatti provano che l’Italia ha dato a questo ragazzo tutte le possibilità di integrarsi, tanto è vero che si è laureato in una nostra università: alle prime difficoltà, comuni alla maggior parte dei neolaureati – l’inserimento nel mondo del lavoro – il suo odio è emerso chiaramente in diversi messaggi di alcuni anni fa contro l’Italia e i “cristiani di merda”.
La sua pazzia, insomma, ha trovato terreno fertile nel mito dell’estremismo islamico; la sua frustrazione, invece, nel vendicarsi non contro un nemico preciso, ma contro la comunità che lo aveva ospitato e accolto ma che, a suo giudizio, non lo aveva capito secondo le proprie aspettative.
La parola “terrorismo” non indica una categoria della mente, ma un metodo: quello di seminare il terrore. Quindi, in attesa di conoscere un terrorista sano di mente, chiamiamo le cose con il loro nome: a Modena abbiamo assistito, ahimè, al primo attentato in Italia di matrice (folle) islamica.
Alessandro Sallusti, 19 maggio 2026
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