Mancano poche ore al voto sulla riforma della giustizia. Negli ultimi due mesi ho girato l’Italia in lungo e in largo quale portavoce della campagna del Sì. Ho incontrato migliaia di persone che volevano informarsi, capire la riforma in tutti i suoi dettagli. A differenza di quelli del No che votano contro un governo senza porsi il problema di una giustizia più giusta ed efficiente, noi del Si siamo stati nel merito della questione dimostrando di avere la ragione dalla nostra parte. Loro si affidano a Fiorella Mannoia e Manuel Agnelli, due bravi artisti che di giustizia ne sanno meno di quanto io ne so degli Assiro Babilonesi. Dalla nostra parte, la parte del Sì, ci sono i due più grandi giuristi di sinistra, Augusto Barbera e Giuliano Pisapia; con loro c’è Enzo Jacchetti, con noi alcuni dei migliori magistrati d’Italia.
Basterebbe questo per definire gli schieramenti, ma la verità è un’altra e va ben oltre la riforma della giustizia. Il loro calcolo, neppure più tanto segreto, è il seguente: se vincono i No potrebbe cambiare l’aria; se cambia l’aria si riapre la possibilità per la sinistra di vincere le elezioni politiche del prossimo anno; chi vince le elezioni del prossimo anno sceglierà il Capo dello Stato successore di Mattarella che ricordo nella storia della Repubblica non è mai stato indicato dai liberali e dai conservatori. Tutto qui, a suo modo semplice. Ora, è vero che quello di domenica e lunedì non è un voto sulla politica, ma il rischio che lo diventi è assai alto. Ognuno faccia come crede, ma prendiamo coscienza della vera posta in palio e detto che riformare la giustizia già in sé è tanta roba non cadiamo nella loro trappola. In poche ore ci giochiamo il futuro dell’Italia dei prossimi vent’anni. Dopo tanta fatica vale la pena di regalare alle sinistra una simile opportunità? Avere dubbi è un lusso che non possiamo permetterci e la campagna referendaria lo ha dimostrato.
Detto questo vorrei trarre le fila di questa mia esperienza e condividere alcuni buoni motivi per andare a votare e votare sì.
- Ho incontrato tanti, ma davvero tanti magistrati che non vedono loro di liberarsi dalla casta di colleghi lottizzati che li tengono in ostaggio. Molti di loro ci hanno messo la faccia, altri si sono tenuti in disparte dai riflettori per paura di ritorsioni ma in privato mi hanno confessato che voteranno sì.
- Se avessi anche il più piccolo dubbio che questa riforma metta la magistratura sotto il controllo della politica (cosa che non solo non è scritta da nessuna parte, semmai nella legge è ribadito con forza il contrario) voterei no e vi inviterei a fare altrettanto perché la magistratura libera è uno dei pilastri della democrazia.
- È falso e offensivo che questa riforma è uno sfregio alla Costituzione. Cambiare la Carta in base alle esigenze dei tempi è stato previsto dai Padri Costituenti, né il Presidente della Repubblica né la Corte Costituzionali che ne sono i custodi avrebbero potuto – e ne hanno i poteri – permettere di votare una legge incostituzionale.
- Non è vero che questa è una riforma di parte. I suoi contenuti sono stati più volte proposti da esponenti sia del Pd che dei Cinque Stelle (il ministro della Giustizia dei governi Conte, Alfonso Bonafede, voleva il sorteggio per i membri del Csm).
- Siamo l’unico Paese europeo, Grecia a parte, a mantenere l’organizzazione fascista della magistratura (corporazione unica tra pm e giudici), tutte le altre democrazie hanno adottato la separazione delle carriere.
- Non è vero che oggi il Pm cerca anche le prove a discapito dell’indagato altrimenti più di un processo su due non finirebbe con l’assoluzione “per non avere commesso il fatto”.
- Ogni otto ore un italiano finisce ingiustamente in carcere (mille all’anno), e questo avviene perché in fase istruttoria il giudice che deve autorizzare ogni richiesta del pm (arresto, intercettazione, sequestri, rinvio a giudizio) copia pedissequamente le tesi dell’accusa.
- Non esiste alcuna meritocrazia nella gestione delle carriere (il 96,4 dei magistrati ottiene “ottimo” nella verifica quadriennale cui è sottoposto, con il nuovo Gran giurì sganciato dal Csm le cose certamente cambieranno.
- Il sorteggio non solo non intacca l’autonomia dei due Csm, semmai l’inverso perché chi andrà all’organo di autogoverno (che non è una istituzione rappresentativa, cosa che presupporrebbe una elezione, bensì amministrativa) non dovrà più rispondere alle logiche correntizie.
- Ormai quattro anni fa i politici di centrodestra ci hanno chiesto il loro voto per andare al governo e fare le riforme, a partire da quella della giustizia. Per una volta che mantengono la parola lasciarli soli nel momento decisivo sarebbe non solo incoerente ma vorrebbe dire tradire anche il nostro voto e ciò in cui crediamo.
Alessandro Sallustim 21 marzo 2026
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