La mobilitazione di starlette del cinema a sovvenzione, della musichetta di regime truccata da ribelle, degli intriganti che si credono esperti a favore della sinistra, tutti criceti nella ruota che ripetono “no, no, no”, resterà una delle cose più avvilenti di questi tempi vagamente aderenti, mettiamola così, ma una cosa buona, per eterogenesi dei fini, l’ha portata: dimostrare che il fronte dei progressisti è il più reazionario, con punte di autentica nostalgia, nostalgia canaglia.
Per cosa? Ma sì, per lo status quo sulla Giustizia voluto dal duce in persona, lo sappiamo, ma il fatto è più sintomatico, più bruciante quando i criceti scendono sulle cosiddette argomentazioni. C’è ad esempio questo Agnelli, Manuel Agnelli da Abbiategrasso, rockstar percepita, uno di quelli che hanno capito una cosa semplice: a tirarsela la gente ti vien dietro, a dar palette di legittimità a un talent ci credono, ci cascano e non si chiedono dall’alto o basso di quale esperienza, di quale riscontro. Lo cantava già Finardi nel 1981, “la gente s’innamora sempre della gente convinta” e questo Manuel di professione è molto, molto convinto: una vita nel sottoclou della cosiddetta musica indie, che è una patacca per dire di chi aspetta solo di uscirne, infine la fama, relativa, i soldi, non relativi, ad alzar palette a X Factor.
Da quale pulpito? Successi memorabili nessuno, e la apprezzabile determinazione ad arrivare prima o dopo, anche con un finto programma di finti talenti da bruciare, da dare in pasto. Mi disse un suo collega, molto più bravo, un tempo: “Manuel prima o poi dovrà scegliere di diventare grande”. Mi ha detto di recente un altro, altrettanto valido e realmente integro: “Agnelli è un gran furbacchione, borghese all’ennesima potenza (ma la borghesia quella brutta di sinistra), sempre in prima linea per profitto personale, l’esempio di italiano che rincorre sempre e necessariamente qualcosa”.
Definizione completa ed esaustiva. Oggi Agnelli da Abbiategrasso, commercialista del “rock”, insegue quella legittimità costituzionale, intellettuale ch’entro gli rugge ma gli sfugge e si schiera dalla parte della ragione, brechtianamente; lo fa con un video al popolo, chissà quanto rimpolpato, in cui, da piccolo borghese alla Alberto Sordi, premette di “avere avuto il privilegio di potermi confrontare con addetti ai lavori e tecnici”, insomma i sapienti, i competenti: siamo alla falsa modestia, attenzione, che quelli così ogni tanto si concedono, per vezzo, per intortare i seguaci (non troppi).
Visibilmente maturato, la barba candida, da vecchio della montagna, quantum mutatus ab illo che all’incirca un quarto di secolo fa, su una rivistina musicale militante (finita in disastro dopo che i capi si erano pappati tutte le sovvenzioni pubbliche) posava da Cristo crocifisso con tanto di corona di spine, unghie laccate e peluria sfoderata, vedo non vedo, ah che trasgressione, che gesto alternativo: si definiva “l’Agnelli di Dio”, veniva a significare che era martoriato dai giornalisti, la autocostruzione del personaggio col Lego della presunzione cominciava da lì.
Ora, il video è agghiacciante non tanto perché l’Agnelli di Piddio spiega coram populo come e qualmente lui voterà no, quanto per il rosario di luoghi comuni(sti) sgranato in meno di un minuto, una roba incredibile: la Costituzione “bella”, che va difesa non cambiata (ma l’hanno già cambiata venti volte e deo gratias, perché manco il Vangelo si è salvato dalle glosse), “per migliorare il sistema giudiziario non c’è bisogno di cambiare la Costituzione, basta la legge ordinaria” (ma che cazzo stai a dì? come diceva lo zio di Cecco il fornaio a Fantozzi), “il sistema giudiziario va migliorato”, “lo Stato deve essere efficiente” (ma davero, mi dici?), “ma lo Stato non è un’azienda”, detto da un imprenditore della musichetta finto grunge con perle del tipo “lasciami leccare l’adrenalina” che deliziavano i suggestionabili da lui stesso presi per il culo, “il sabato in barca a vela e il lunedì al Leoncavallo”, dove peraltro andava a esibirsi: questi furbacchioni sono impagabili nel sussiego con cui si contraddicono.
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Il diplomato all’istituto agrario di Abbiategrasso avrà pure qualche scrupolo serotino, ma mica è detto che le cose vadano affrontare con la zappa, peraltro dopo “essersi confrontato” con lorsignori competenti, che forse stavano nel giro Fatto, Iacchetti, Marisa Laurito e prossimamente Gabriel Pontello, quello di Ifix Tchen Tchen, “scatta il fluido erotico!” (siamo circa coetanei, Manuel, te lo ricorderai).
Quando si è un po’ traballanti sul lato culturale ci si farcisce la bocca di suoni altisonanti, etica, valori etici, e qui, purtroppo, casca la popstar. La quale a un certo punto si lascia scappare una boiata terrificante, “Lo Stato deve essere prima di tutto essere garante dell’etica che ci compone”. Ripeto: ter-ri-fi-can-te. Non stiamo a illustrare gratis al dott. Popstar. Giudic. Di X-Factor Agnelli i rischi della deriva di una simile, non inedita, impostaione che da Platone passando per Hobbes, Hegel, Rousseau e via degradando arriva fino alle dittature, ai totalitarismi, ai francofortiani, al postmarxismo flanelloso fino a franare sul woke totalitaristico, ma chi ha un minimo di dimestichezza con le dottrine politiche rabbrividisce. Lo Stato depositario dell’etica! Che si fa? Aspettiamo un secondo video dove l’Agnelli di Dio ci spieghi che “i figli non appartengono ai genitori ma allo Stato, tanto per completare l’opera? Facciamo notare, comunque, che un fervorino del genere avrebbe deliziato Stalin come Hitler.
E qui ricascano i muli della propaganda di sinistra, i progressisti con la testa girata all’indietro sottovuoto spinto. Circola un altro video, altrettanto allucinante, della immancabile Mannoia che arriva a dire a quel gran genio di Santoro, che la ripropone tutto convinto: “Non so, non voglio sapere, non voglio responsabilità”. (stra)Parla a nome del popolino, ovviamente, senonché una uscita del genere è quanto di più qualunquista del genere reazionario si possa mai sentire. Non che guardare avanti sia di per sé cosa buona e giusta, a volte è sacrosanto tenere ciò che di buono c’è: ma questi sono gli stessi che del sol dell’avvenire, inteso come progresso, come determinismo storico, portano la bandiera. Ad asta lunga, alla cinese.
“Ih, e allora la Meloni? Che è diplomata all’alberghiero?”. Ma non è questione di titolo di studio, figlietti belli, classisti istintuali di sinistra, quanto di percorso, di carriera: Meloni fa politica da tutta la vita, è presidente del Consiglio non perché le sia stato concesso, come raglia qualche imbecille, ma avendo vinto le elezioni, si possono trovare molte pecche al suo operato (io ne trovo moltissime), ma non si è mai sognata, se non forse, chissà, nei suoi 15 anni, di sostenere lo Stato etico; lo facesse oggi, saremmo i primi a metterla in croce. Che lo si faccia a 60 suonati, assume la drammatica evidenza del non sapere di che si parla, e la supponenza mascherata da falsa modestia alla Sordi peggiora l’effetto. Ma il suo grande amico Paolo Bonolis, lo manda solo?
Quell’altro, l’Ermal Meta, altro personaggio più ricco di certezze che di talento, che su X si schiera “totalmente d’accordo” con una anonima grillina che ripete a pappagallo, testuale: “Comunque già il fatto che Licio Gelli avrebbe votato sì, che la Santanché voti sì, che la Montaruli bau bau voti sì ci fa capire che dobbiamo votare no”. Qui non rilevano le vere ragioni delle due parti (che non mancano da nessuna delle due parti), qui è che ti cascano le palle in terra: come fai a questi a non dirgli che la spocchia si conquista e loro non hanno fatto niente per meritarsela? Che sono tetramente ridicoli?
p.s. Agli sfigati invecchiati che già si rotolano in terra: prima di venire a berciare sugli immortali successi d’Agnelli d’Iddio, sappiate che la frase è sua, autografa, di qualche anno fa, in un accesso di (falsa, falsissima) modestia.
Max Del Papa, 17 marzo 2026
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