Nel dibattito pubblico sul referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati emerge uno dei paradossi più rivelatori della politica italiana.
Una parte significativa della sinistra invita convintamente gli elettori a votare No, presentando l’attuale assetto della magistratura come un pilastro intoccabile dell’equilibrio democratico: un modello che, a loro dire, garantirebbe indipendenza, equilibrio tra accusa e giudizio e tutela dello Stato di diritto.
Se però si osserva la storia istituzionale del Paese, il quadro appare meno lineare di quanto suggerisca questa narrazione. L’assetto attuale, oggi difeso con tanta enfasi da larga parte del centrosinistra, fu riordinato e consolidato durante il regime fascista attraverso il Regio Decreto n. 12 del 1941, promulgato sotto il governo di Benito Mussolini.
In quegli anni il regime stava ristrutturando le istituzioni secondo una logica di forte centralizzazione e compattezza statale. Anche la magistratura veniva concepita come un corpo unitario dello Stato: un ordine omogeneo inserito in una struttura pubblica gerarchica e disciplinata.
Dopo la caduta del regime e la conseguente nascita della Repubblica, la Costituzione del 1948 mantenne questo impianto generale, inserendolo però in un sistema democratico fondato sull’autonomia della magistratura e su nuove garanzie istituzionali.
Ed è qui che emerge il cortocircuito politico. Nel confronto pubblico di oggi, una parte della sinistra difende con grande determinazione proprio questo assetto, presentandolo come un baluardo irrinunciabile della democrazia repubblicana. Eppure la sua configurazione giuridica affonda le radici in una riorganizzazione dello Stato operata durante il fascismo.
Con ciò, non si ambisce certo a sostenere che una norma nata in un determinato contesto storico sia automaticamente sbagliata: le istituzioni evolvono, cambiano funzione, vengono reinterpretate. La Repubblica, del resto, ha trasformato molte strutture ereditate dal passato, adattandole a un sistema democratico.
Il punto, semmai, è un altro: la disinvoltura con cui nella politica italiana si costruiscono narrazioni assolute. Da una parte si invoca la purezza della tradizione democratica; dall’altra si difende come intoccabile un assetto istituzionale che, almeno originariamente, fu pensato in un contesto antidemocratico.
Così, senza rendersene conto, chi oggi rivendica un secco No in difesa della democrazia ammette implicitamente che il fascismo aveva introdotto anche strumenti evidentemente ritenuti efficaci e funzionali.
È un monito che la storia ci offre: le istituzioni italiane non nascono da un laboratorio perfettamente coerente con le etichette ideologiche di oggi. Nascono da stratificazioni, compromessi, continuità e rotture.
Proprio per questo, sarebbe il caso di smettere di ridurre la storia in propaganda e cominciare a confrontarsi seriamente con i fatti. Perché il paradosso, almeno in questo caso, è evidente: chi oggi invoca la difesa della democrazia sta contemporaneamente difendendo un assetto istituzionale nato in parte sotto il fascismo.
È questo il cortocircuito che emerge chiaramente dalla fuorviante narrazione propagandata dagli odierni baluardi della Resistenza: proclamare la difesa della libertà mentre si proteggono strutture concepite in una stagione autoritaria della storia italiana.
Salvatore di Bartolo, 13 marzo 2026
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Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI


