Nel campo largo c’è chi detta la linea e chi, pur di trovare un’intesa, finisce per sottoscriverla. Giuseppe Conte si prende la scena, Matteo Renzi firma un documento che fino a pochi mesi fa difficilmente avrebbe condiviso ed Elly Schlein prova a tenere insieme un’alleanza attraversata da contraddizioni profonde. La fotografia arriva da Montecitorio, dove le opposizioni hanno raggiunto un accordo sul Documento programmatico di finanza pubblica e sullo scostamento di bilancio. Un’intesa che coinvolge Pd, Movimento 5 Stelle, Alleanza Verdi e Sinistra, Italia Viva e +Europa. Cinque sigle, una risoluzione e soprattutto un passaggio destinato a far discutere: la richiesta di rimettere in discussione gli impegni italiani sulle spese militari.
Il punto decisivo è il secondo impegno del documento, frutto, secondo quanto ricostruito dal Foglio, di una trattativa lunghissima, sbloccata soltanto nella notte. Le opposizioni chiedono al governo di “riconsiderare radicalmente gli impegni di spesa assunti in sede Nato e scongiurare ulteriori aumenti delle spese per i sistemi di armamento che insistono sul bilancio dello Stato”. Una formulazione che rispecchia soprattutto le posizioni del Movimento 5 Stelle e di Avs, da tempo schierati contro l’aumento degli investimenti militari. Molto meno quelle tradizionalmente sostenute dai riformisti di Matteo Renzi e da +Europa.
Non sorprende, allora, che sia proprio Conte a intestarsi immediatamente il risultato. “Siamo veramente orgogliosi di aver compattato le opposizioni sul nostro no al riarmo“, esulta il presidente pentastellato. E insiste: “Con le armi gli italiani non mangiano, non si curano”. La ricetta indicata dall’ex premier è recuperare risorse dalle spese militari e dagli extraprofitti di banche e colossi energetici per destinarle a sanità, istruzione e sostegno a famiglie e imprese. Il messaggio politico è altrettanto evidente: Conte rivendica di aver portato gli alleati su una posizione che definisce esplicitamente “nostra”. Tanto da provocare irritazione nel Pd, riporta La Stampa, dove si ricorda che il documento è il risultato del contributo di tutte le forze coinvolte.
Ma la posizione che merita maggiore attenzione è quella di Renzi. Perché basta tornare indietro di appena due mesi per misurare la distanza. Ad agosto, durante un precedente confronto parlamentare sullo scostamento di bilancio e sulle spese militari, Italia Viva si era sfilata dalla risoluzione di Pd, M5s e Avs, presentando un testo distinto insieme a +Europa. I riformisti dem avevano contestato quella linea, con Lorenzo Guerini che aveva dichiarato apertamente di non voler sostenere il documento. Adesso, invece, Italia Viva sottoscrive una risoluzione comune che contiene una richiesta esplicita di revisione degli impegni Nato. Una differenza politica difficile da liquidare come un semplice dettaglio.
Eppure Raffaella Paita, senatrice renziana, prova a ridimensionare la portata dell’accordo. “Nelle premesse c’è un passaggio sulla necessità di rafforzare la difesa europea e di creare un esercito comune, concetto che noi sosteniamo da sempre”, spiega al Foglio. Il documento, effettivamente, distingue il riarmo dei singoli Stati dalla costruzione di una difesa comune europea. Una distinzione che permette a Italia Viva di rivendicare una continuità con le proprie posizioni. La stessa Paita, però, riconosce: “È chiaro che il testo non è quello che noi consideriamo l’ottimo”. E aggiunge che si tratta di una base sulla quale costruire l’alternativa. Insomma, l’intesa esiste, ma richiede compromessi su questioni tutt’altro che secondarie.
Il tutto assume un significato particolare considerando le recentissime dichiarazioni di Renzi sul futuro della coalizione. Quattro giorni fa l’ex presidente del Consiglio aveva puntualizzato: “Il campo largo è composto da Pd, Avs e M5S. Basta. Noi non ci siamo, non ne facciamo parte”. Aveva rivendicato la necessità di una componente centrista, riformista e garantista, sostenendo che senza Italia Viva il centrosinistra non avrebbe avuto i numeri per competere. Eppure, alla prima occasione parlamentare per costruire un’intesa allargata, è proprio il partito dell’ex rottamatore ad accettare un testo che contiene una delle principali rivendicazioni di Conte.
Del resto, il rapporto tra i due ex presidenti del Consiglio racconta bene quanto siano cambiate le prospettive. Renzi continua a rivendicare differenze profonde con il Movimento 5 Stelle, ma il 30 settembre si era già detto pronto a sostenere Conte qualora vincesse le primarie del centrosinistra. “Se le vince, governa lui. Punto”, aveva spiegato. Alla Leopolda del 4 ottobre aveva poi chiesto garanzie allo stesso leader pentastellato, mentre pochi giorni dopo aveva annunciato che, alle primarie, voterebbe Schlein “con due mani”. Un equilibrismo che si riflette anche nella vicenda parlamentare: rivendicare la propria autonomia e, contemporaneamente, cercare il massimo terreno possibile di convergenza con partiti dalle posizioni assai distanti.
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Le difficoltà, naturalmente, non riguardano soltanto Renzi. Anche nel Pd l’accordo lascia aperte questioni delicate. Lorenzo Guerini, esponente dell’area riformista, riconosce che nel documento sono presenti “alcuni passaggi ambigui”, pur giudicando positivamente il risultato della giornata. Nel Movimento 5 Stelle, invece, Vittoria Baldino manifesta soddisfazione e richiama l’obiettivo di vincere le elezioni. Due reazioni differenti, che raccontano bene il problema di fondo: per alcuni l’intesa è un compromesso da accettare, per altri rappresenta la conferma della propria linea politica.
A rendere il quadro ancora più singolare è il fatto che la risoluzione delle opposizioni non sia stata nemmeno votata. La Camera ha infatti approvato i testi della maggioranza, con 219 voti favorevoli sullo scostamento di bilancio e 216 sul Dpfp. Le altre risoluzioni sono risultate precluse dalle regole parlamentari. Il campo largo può dunque celebrare l’accordo senza aver dovuto affrontare la prova di un voto su quel documento. Un’unità sottoscritta sulla carta, ma non ancora verificata nell’Aula.
La verifica potrebbe arrivare già nelle prossime ore, quando Giorgia Meloni riferirà in Parlamento in vista del Consiglio europeo. Sul tavolo tornerà il dossier che più divide le opposizioni: la guerra in Ucraina. Conte ha espresso la speranza di riuscire a compattare nuovamente gli alleati, ma al momento si va verso risoluzioni separate. Il Movimento 5 Stelle insiste sulla necessità di interrompere l’invio di armi a Kiev, mentre Pd, Italia Viva e +Europa hanno espresso, con accenti differenti, posizioni favorevoli alla prosecuzione del sostegno militare all’Ucraina. Un contrasto che non si risolve semplicemente inserendo in un documento un richiamo all’esercito comune europeo.
Resta dunque il paradosso politico di questa giornata. Le opposizioni rivendicano un risultato unitario, ma il leader del Movimento 5 Stelle ne reclama il merito, i riformisti del Pd segnalano ambiguità e Renzi accetta una formulazione sulle spese militari dalla quale appena ad agosto aveva preso le distanze. L’ex rottamatore sostiene di essere indispensabile per allargare la coalizione. Per il momento, però, è lui ad aver fatto un passo verso la linea di Conte, non il contrario. E il vero problema del campo largo resta intatto: trovare una formula per stare insieme è una cosa, mettersi d’accordo su come governare è tutt’altra.
Massimo Balsamo, 13 ottobre 2026
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