Politico Quotidiano

“Diffamatore, montato”. L’ex ministro contro la coppia Travaglio-Ranucci

Claudio Martelli attacca i due giornalisti dalle colonne del Foglio: "Per parlare così male di Falcone non si deve avere più niente da dire”

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L’affondo che Claudio Martelli riserva sulle colonne del Foglio non lascia spazio a dubbi o interpretazioni di comodo. È un vero e proprio missile terra-aria scagliato all’indirizzo dei nostrani professionisti del moralismo a corrente alternata. L’ex Guardasigilli smaschera senza sconti quella che considera la grande ipocrisia nazionale di chi oggi sventola le immagini del giudice martire e, al tempo stesso, si propone come erede spirituale di quel giustizialismo militante, di quelle toghe e di quei tromboni dell’informazione che, a suo tempo, contribuirono a fare terra bruciata attorno a Giovanni Falcone. Un magistrato allora accusato di protagonismo, emarginato e isolato anche sul piano istituzionale, fino al tragico epilogo di Capaci.

Ed è proprio qui che l’affondo di Martelli chiama in causa, senza troppi giri di parole, anche due dei più riconoscibili interpreti del giustizialismo mediatico contemporaneo: Sigfrido Ranucci e Marco Travaglio. “Travaglio è un diffamatore professionale, Ranucci un montato. Per parlare così male di Giovanni Falcone nel 2026 non si deve avere più niente da dire”. Il bersaglio, nella lettura dell’ex Guardasigilli, non sono soltanto le loro posizioni personali, ma un modo di fare informazione e di raccontare la giustizia che finirebbe per riproporre quella stessa cultura del sospetto, della delegittimazione e della contrapposizione manichea dalla quale Falcone fu a suo tempo circondato.

Il paradosso, dunque, sarebbe proprio questo: celebrare oggi il magistrato di Capaci come simbolo assoluto della legalità e, contemporaneamente, difendere una concezione della giustizia e dell’informazione che Martelli considera lontana dalla sua autentica lezione. Martelli mette così sul tavolo la verità più scomoda: i fustigatori di oggi, quelli che pontificano dai pulpiti televisivi e dalle colonne di testate come Il Fatto Quotidiano, brandendo la morale come una clava contro l’avversario di turno, non sarebbero, secondo la sua lettura, i continuatori della lezione di Falcone. Al contrario, rappresenterebbero la continuità culturale di quella stagione di sospetti, isolamento e delegittimazione che contribuì a circondare il magistrato siciliano.

È un’accusa pesante, che colpisce al cuore la narrazione agiografica costruita attorno alla memoria di Falcone. Perché una cosa è celebrare il giudice dopo la sua morte, quando la sua immagine è ormai diventata patrimonio nazionale; un’altra è interrogarsi su come fu trattato quando era ancora in vita, quando le sue idee sulla lotta alla mafia, sul ruolo della magistratura e sulla necessità di una collaborazione internazionale erano tutt’altro che unanimemente condivise.

Il punto sollevato da Martelli, dunque, va oltre la polemica contingente. Riguarda la memoria selettiva di una stagione che l’Italia sembra ancora incapace di rileggere senza trasformarla in una guerra tra buoni e cattivi. E riguarda soprattutto la tentazione, sempre presente, di usare Falcone come un santino da esibire, anziché confrontarsi davvero con la complessità della sua lezione. La provocazione di Martelli è allora più che legittima: chi oggi si proclama custode dell’eredità di Falcone è davvero disposto a difenderne le idee, anche quando quelle idee mettono in discussione il giustizialismo, il protagonismo giudiziario e il circo mediatico che si alimenta della delegittimazione dell’avversario?

È certamente una domanda scomoda. Ma proprio per questo merita di essere posta. Soprattutto a quei custodi del giustizialismo e della superiorità morale che Martelli chiama direttamente in causa nella sua intervista.

Salvatore Di Bartolo, 21 agosto 2026

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