Politico Quotidiano

Dl Sicurezza, Mattarella alza “l’attenzione”. La norma sui rimpatri a rischio caos

Il Colle fa sapere che il Presidente deciderà una volta letto il testo. Mantovano sale al Quirinale. Il governo tira dritto, le opposizioni protestano

Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI
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Sergio Mattarella è pronto a mettersi di traverso. Rientra nei suoi poteri: può rifiutarsi di controfirmare una legge e rispedirla al Parlamento. Non succede spesso, e il motivo è politico: sarebbe un segnale molto forte verso il governo e gli esecutivi fanno di tutto per evitare di arrivare a quel punto. Per questo da oggi pomeriggio trapela dal Quirinale una certa “attenzione” verso il decreto Sicurezza, che è un modo come un altro per dire: occhio, o intervenite oppure il Colle potrebbe intervenire. Non è un caso che Alfredo Mantovano è salito al Quirinale per un confronto sul merito.

Motivo dello scandalo è la norma contenuta nel dl Sicurezza in cui si parla di rimpatri volontari di migranti. L’idea sorta nella maggioranza è quella di prevedere un incentivo di 615 euro per quegli avvocati i cui migranti assistiti scelgono di tornare volontariamente nel proprio Paese. La sinistra da giorni urla allo scandalo, insieme all’avvocatura e all’Anm: non è compito degli avvocati convincere i loro assistiti; dietro c’è il desiderio di instaurare un regime di remigrazione. Lettura che ha allarmato il Colle, che da giorni interloquisce con Palazzo Chigi.

Oggi le agenzie hanno battuto una notizia che sa di avvertimento, tant’è che poi Mantovano è salto al Colle. Nei sussurri dal Quirinale si faceva sapere che l’attenzione di Mattarella sul provvedimento è altissima e che il presidente deciderà solo quando la norma arriverà sul suo tavolo se firmarlo, se rinviarlo alle Camere o se firmarlo accompagnandolo da una lettera che chieda i giusti correttivi. Oggi Enrico Costa, neo capogruppo di Forza Italia, aveva suggerito di presentare un Ordine del Giorno per “rimandare” la discussione in un secondo momento dopo un confronto con gli avvocati. Insomma: approvare il decreto, ma assicurare che la norma non entri “in vigore senza regole attuative”. Ma non è detto che dal Quirinale considerino valida l’opzione.

La verità, suggerisce il Corriere, è che il governo non intende cambiare la norma. “Andiamo avanti sul provvedimento”, ha detto il sottosegretario Molteni. “Non c’è nulla da correggere”, ha detto Marco Lisei, senatore di Fratelli d’Italia e “padre” dell’emendamento presentato a marzo. E comunque i tempi tecnici per cambiarlo sono molto stretti: entro il 25 aprile va convertito in legge, altrimenti decade. Il Senato ha già approvato il dl e per trasformarlo in legge serve l’ok della Camera così come è stato scritto: in caso di modifiche dovrebbe tornare al Senato e non ci sarebbero i tempi per ri-approvarlo.

“La norma sugli avvocati pagati per far rimpatriare i propri clienti stranieri sta facendo esplodere governo e maggioranza, finiti in un vicolo cieco a causa della loro bulimia repressiva e incostituzionale. Dovrebbero ritirarla, così come dovrebbe essere ritirato l’intero pacchetto di emendamenti del governo introdotti dai relatori di maggioranza in extremis al Senato”, dice Riccardo Magi. “Ovviamente noi auspichiamo che questo decreto sicurezza decada, portando finalmente il governo a dichiarare bancarotta politica”. Sulla stessa linea anche il Pd. “Prima la magistratura ora l’avvocatura. Continuano i tentativi della destra di smantellare i pilastri della democrazia e del diritto. Inutile la lezione di 15 milioni di NO. Vogliono far diventare gli avvocati strumenti di attuazione delle politiche governative”, scrive in una nota Chiara Braga, Capogruppo Pd alla Camera dei Deputati. “Una norma palesemente incostituzionale che non può essere aggirata con un ordine del giorno o con rinvii a future norme attuative. È necessario fermare l’iter di questo provvedimento ed eliminare quantomeno le disposizioni contestate”. “Su temi così delicati – conclude – non sono ammesse forzature né scorciatoie: serve responsabilità istituzionale, rispetto dei principi costituzionali e tutela dei diritti fondamentali. Della delicatezza del momento molto dice la decisione del sottosegretario Mantovano di recarsi al Quirinale”.

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