Politico Quotidiano

Dl stupri, c’è la svolta: dal “consenso” al “dissenso”. Ecco come cambia

La maggioranza riscrive la norma approvata alla Camera e riapre il confronto politico. E la sinistra torna all'attacco

DL Stupri Bongiorno Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI
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Il centrodestra fa quello che in politica ormai è diventato quasi rivoluzionario: ripensa una legge prima di trasformarla in un pasticcio giudiziario. Succede sul tema delicatissimo dello stupro e del cosiddetto “consenso esplicito”, dove l’accordo bipartisan siglato alla Camera da Giorgia Meloni ed Elly Schlein aveva prodotto un testo applaudito da tutti, ma studiato bene da pochi. Al Senato, però, qualcuno ha acceso la luce. E ha frenato.

Il risultato è una riscrittura che manda in soffitta il totem ideologico del consenso e rimette al centro ciò che nel diritto penale conta davvero: il dissenso e le modalità concrete della violenza. Non slogan, ma fattispecie. Non bandierine, ma diritto. La riformulazione, firmata dalla senatrice leghista Giulia Bongiorno, elimina il riferimento al “consenso libero e attuale” — cuore dell’intesa Meloni-Schlein — e introduce un criterio più aderente alla realtà: la “volontà contraria all’atto sessuale”. Una scelta che farà gridare allo scandalo, ma che evita di trasformare i tribunali in aule di educazione sentimentale.

Cambiano anche le pene. Per la violenza sessuale “semplice”, senza aggravanti, la forbice viene ridotta: si passa a una reclusione da 4 a 10 anni, contro i 6-12 del testo approvato alla Camera. Restano invece i 6-12 anni nei casi più gravi, quando il fatto è commesso “mediante violenza o minaccia”, abuso di autorità o approfittando di condizioni di inferiorità fisica o psichica della vittima. Nei casi di minore gravità, le pene possono essere ridotte fino a due terzi, tenendo conto delle modalità della condotta, del contesto e del danno arrecato.

Il nuovo testo — che approderà in Aula la prossima settimana — specifica che la volontà contraria va valutata “tenendo conto della situazione e del contesto in cui il fatto è commesso” e che l’atto sessuale è contrario alla volontà anche quando avviene “a sorpresa” o sfruttando l’impossibilità, nelle circostanze concrete, di esprimere dissenso. Tradotto: si tutela la vittima senza scivolare nell’automatismo ideologico per cui ogni ambiguità diventa reato.

Apriti cielo. Le opposizioni parlano di tradimento, di passo indietro, di destra cattiva che smonta le conquiste civili. Peppe De Cristofaro, capogruppo di Alleanza Verdi e Sinistra al Senato, attacca così: “La proposta della presidente della commissione Giustizia del Senato Giulia Bongiorno sulla violenza sessuale sconfessa l’accordo bipartisan raggiunto alla Camera. La violenza sessuale è un crimine contro le donne, senza un sì non c’è rapporto sessuale, ma un reato. Bongiorno ci fa fare un enorme passo indietro. Dal consenso si passa al dissenso. Hanno vinto i veti della destra”. Anche nel Pd serpeggia il malumore. L’accordo simbolico con Meloni viene considerato sacro, più del merito della norma. E infatti, dalle parti dei dem, filtrano giudizi tranchant: “Siamo molto contrari. Fa tornare indietro il testo della Camera e l’accordo Meloni-Schlein”.

Il punto, però, è proprio questo: tornare indietro rispetto a un testo scritto per compiacere l’opinione pubblica è davvero un male? O è semplicemente buon senso legislativo? La risposta, come spesso accade, non sta nei comunicati indignati, ma nei tribunali. Dove le leggi ideologiche fanno danni veri. E dove il dissenso, a differenza degli slogan, pesa ancora più delle parole.

Franco Lodige, 22 gennaio 2026

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