Il duro confronto tra Nicola Porro e Giuseppe Conte a Quarta Repubblica, sulla imbarazzante questione delle mascherine “anti-Covid”, rende a mio avviso in modo plastico l’aberrante gestione italiana della pandemia con le due cifre mostrate dal conduttore sul maxischermo: 1,250 miliardi di euro per l’acquisto di 800 milioni di questi molto presunti dispositivi di protezione e 203 milioni di euro di commissioni.
Ebbene, malgrado l’allora premier pentastellato continui a sostenere come un disco rotto che la galoppante emergenza sanitaria non consentisse di guardare per il sottile i costi per tutelare la salute dei cittadini e dei sanitari, ciò che i dati oggettivi che via via uscivano alla spicciolata non giustificavano affatto l’atteggiamento da fine del mondo adottato da chi occupava il vertice del governo.
Tant’è che per contrastare un virus – non mi stancherò mai di ripeterlo numeri alla mano – che non era assolutamente mortale (se per mortale intendiamo un agente patogeno che possa portare al decesso un’ alta percentuale di soggetti a prescindere dalle proprie condizioni di salute) per la stragrande maggioranza degli individui, tranne che le persone già molto malate e molto anziane, come spiegò in tv durante le prime fasi del terrore virale, ospite di Corrado Formigli, il professor Roberto Bernabei, all’epoca membro del misterioso Comitato tecnico scientifico.
Ora, se chi guidava il Paese a colpi dei famigerati Dpcm avesse ascoltato quanto dichiarato, dati alla mano, dall’illustre scienziato – per la cronaca unico medico presente nello stesso Cts -, forse non avrebbe gettato nello sciacquone le enormi risorse per acquistare le inutili mascherine e tutto il corollario di presunti strumenti salvavita, culminato con la colossale spesa di quasi 350 milioni di vaccini in massima parte finiti al macero.
In questo senso lo scandalo delle mascherine rappresenta la punta di iceberg di un sistema impazzito, nel quale i soliti furbi hanno fatto fortuna,come si evincerebbe dalle ingentissime commissioni per i dispositivi cinesi, ma a rimetterci l’osso del collo è stato il medesimo sistema.
Tant’è che credo che sia oggi doveroso riportare parola per parola le dichiarazioni di Bernabei, che ad un Formigli caduto dal pero, mentre cita alcuni dati forniti dal medico (su 35.000 decessi solo 90 avevano meno di 40 anni e solo 14 non avevano patologie pregresse), così risponde: “Tutti gli altri avevano neoplasie, obesità morbigena, – malati – psichiatrici gravi; quindi anche lì la comorbilità è un pezzo importante. E poi come al solito nelle statistiche purtroppo c’è sempre quello che non c’aveva nulla. Ma il fatto che lo zero due per cento, che sono i morti sotto i 40 anni, ci siano 14 soli di cui non siamo riusciti a spiegarci, secondo gli esperti dell’Istituto superiore di sanità, il perché. Perché quindi erano quelli più sani.” In sostanza, a conclusione della lunga intervista, Bernabei disse che il Sars-Cov2 provocava una malattia normale, in quanto “fucilava i soggetti più fragili, come tutte le malattie infettive”.
Ma i nostri vertici di comando, Conte e Speranza in testa, hanno adottato la linea del “se non facciamo qualcosa di molto serio siamo tutti morti” e, di conseguenza, sono riusciti in un sol colpo a paralizzare la vita sociale ed economica del Paese, creando ben più danni di quelli che una influenza più cattiva del solito avrebbe potuto produrre se affrontata nel modo in cui l’affrontarono, ad esempio, gli svedesi o i giapponesi. Nel Paese del sol levante, in particolare, che a fine pandemia registrò uno dei più bassi tassi di mortalità, nonostante l’alto tasso di invecchiamento, lo stato di emergenza durò circa un mese e mezzo, dal 7 aprile al 25 maggio del 2020.
Mentre da noi, che siamo stati i più bravi di tutti a terrorizzare la popolazione, lo stato di emergenza fu proclamato il 31 gennaio del 2020 e durò fino al 1° aprile del 2022.
Uno stato di emergenza che, per sua stessa natura, consente – così come in effetti ha consentito – di saltare molti passaggi burocratici e di verifica nell’impiego delle risorse, che sono alla base del buco nero che si è creato nel bilancio pubblico. Basti dire che se l’indebitamento dello Stato passò dal 134% del Pil del 2019 ad uno stratosferico 154%, picco storico che ancora pesa nelle nostre tasche, lo dobbiamo essenzialmente alla gestione di una emergenza gonfiata come una mongolfiera.
Claudio Romiti, 1° luglio 2026
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