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Festa della Repubblica? La scoperta: il copione l’ha scritto il Pd

Sorpresa: l'autore dei testi dell'evento voluto da Mattarella ha un ruolo politico. Tra tutti gli scrittori che abbiamo...

sergio mattarella
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La Festa della Repubblica dovrebbe rappresentare uno dei rarissimi momenti nei quali la politica si ferma e lascia spazio alla nazione. Un’occasione in cui le appartenenze vengono accantonate per celebrare ciò che unisce gli italiani: la Costituzione, le istituzioni democratiche e la storia repubblicana nata dal referendum del 2 giugno 1946.

Per l’ottantesimo anniversario di quella data simbolo, il Quirinale ha organizzato “I volti della Repubblica. 80 anni dal Referendum“, una grande serata evento trasmessa in prima serata su Rai 1 e ospitata nei giardini della Presidenza della Repubblica alla presenza del Capo dello Stato e delle più alte cariche istituzionali. Uno spettacolo destinato a raccontare i momenti, i protagonisti e i valori fondanti della Repubblica italiana attraverso testimonianze, musica, narrazione e interventi artistici.

Ed è proprio perché si trattava di un evento istituzionale di tale portata che la scelta dell’autore dei testi assume un significato politico inevitabile. Perché il Quirinale non è una fondazione culturale privata, non è un festival letterario e non è una manifestazione organizzata da una parte politica.

Le polemiche sono esplose quando è emerso che l’incarico di ideare e scrivere i testi della manifestazione era stato affidato a Maurizio De Giovanni. Nessuno discute il valore dello scrittore. Nessuno mette in dubbio il suo talento o il successo delle sue opere. Ma qui il punto non è letterario. È istituzionale.

Da poche settimane, infatti, De Giovanni è entrato ufficialmente nella segreteria regionale del Partito Democratico della Campania con delega alla Cultura. Non un semplice simpatizzante, non un intellettuale vicino a una determinata area politica, ma un dirigente formalmente inserito nell’organigramma di un partito.

E allora la domanda diventa inevitabile: davvero non esistevano altre personalità della cultura italiana in grado di svolgere quel compito? Possibile che, in un Paese ricco di scrittori, storici, costituzionalisti, giornalisti e intellettuali di altissimo livello, la scelta sia caduta proprio su una figura che aveva appena assunto un incarico politico ufficiale?

Forse i testi erano impeccabili. Forse non contenevano una sola parola riconducibile a una parte politica. Ma questo non risolve il problema. Perché nelle istituzioni conta anche ciò che appare. Conta evitare qualunque ombra, qualunque sospetto, qualunque scelta che possa far pensare che uno spazio che dovrebbe essere rigorosamente super partes venga affidato a persone che hanno contemporaneamente un ruolo politico attivo.

La Repubblica appartiene a tutti. E proprio per questo le celebrazioni della Repubblica dovrebbero essere costruite con una cura quasi maniacale per l’equilibrio e l’imparzialità.

Affidare il racconto ufficiale degli ottant’anni della Repubblica a un dirigente di partito può essere legittimo, certo. Ma era davvero opportuno? Era davvero necessario? Oppure si sarebbe potuto evitare una scelta così divisiva e così facilmente interpretabile come l’ennesima dimostrazione di una vicinanza culturale e politica che, in contesti istituzionali di questo livello, non dovrebbe nemmeno poter essere sospettata?

Perché il punto, sia chiaro, non è se Maurizio De Giovanni abbia scritto bene o male quei testi. Il punto è che il Quirinale dovrebbe essere il luogo dove le appartenenze politiche scompaiono. Ma quando per celebrare la Repubblica si sceglie un dirigente di partito, quella indispensabile percezione di neutralità esce inevitabilmente indebolita.

Salvatore Di Bartolo, 5 giugno 2026

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