Quando si reclama più sicurezza, la promessa politica più ricorrente è quella di fare nuove assunzioni nelle forze dell’ordine. È una risposta in sé comprensibile, perché i cittadini vedono interi quartieri senza presidio, stazioni abbandonate al degrado, aggressioni sui mezzi pubblici, furti, spaccio, microcriminalità diffusa e giustamente chiedono più polizia, più carabinieri, più controlli.
Prima di promettere nuovi agenti, però, la politica dovrebbe chiedersi se quelli che abbiamo li stiamo davvero usando tutti per fare sicurezza. In Italia, il problema non è il numero degli appartenenti alle forze dell’ordine (percentualmente più alto che in molti altri Stati), ma il modo in cui vengono impiegati.
Troppi operatori formati per il controllo del territorio, l’investigazione, l’ordine pubblico, la prevenzione e la polizia giudiziaria finiscono infatti chiusi in uffici amministrativi, sportelli, archivi, segreterie, servizi logistici o incarichi di rappresentanza. Restano formalmente poliziotti, carabinieri o finanzieri, ma nella sostanza diventano impiegati o addirittura operai impegnati nella manutenzione di impianti.
Il caso dei passaporti è emblematico. È giusto che l’autorità di pubblica sicurezza mantenga i controlli sensibili, ma non serve un agente di polizia per gestire appuntamenti, ricevere documenti, controllare moduli, scannerizzare allegati, protocollare pratiche o consegnare libretti.
Lo stesso vale per i permessi di soggiorno: identificazione dubbia, falsi documentali, espulsioni e profili di pericolosità devono restare alla polizia, ma rinnovi seriali, integrazioni documentali, convocazioni e attività di sportello sono amministrazione, non sicurezza operativa.
Anche in materia di porti d’armi, licenze di polizia, agenzie d’affari, vigilanza privata, sale giochi, spettacoli, autorizzazioni e rinnovi, la distinzione dovrebbe essere netta: istruttoria amministrativa ai civili, valutazione di sicurezza alla polizia. Il poliziotto deve intervenire quando serve giudicare affidabilità, pericolosità, precedenti, rischio concreto, non quando si tratta di controllare una scadenza o aggiornare un fascicolo.
Poi c’è tutta la burocrazia interna: protocollo, archivi, contabilità, logistica, magazzini, automezzi, manutenzioni, centralini, portinerie, notifiche ordinarie, cerimoniale. Sono funzioni utili, ma non sono funzioni di polizia.
Il tema degli autisti è particolarmente indicativo. L’autista di una scorta svolge una funzione di sicurezza. L’autista di rappresentanza, l’accompagnamento ordinario di un dirigente, il trasporto non operativo di persone o documenti, invece, potrebbero essere svolti da personale civile o da servizi dedicati. Non ogni spostamento di un’autorità richiede un operatore di polizia sottratto ad altri compiti. Ogni agente impiegato stabilmente in questi compiti è una pattuglia in meno, un investigatore in meno, una presenza in meno sul territorio.
Si aggiunga il tema dell’ausiliaria. Lo Stato dispone di personale esperto, formato, spesso ancora valido e disponibile, che dopo il limite ordinamentale resta per alcuni anni in una posizione di disponibilità. Questo patrimonio viene utilizzato in modo discontinuo, talvolta per nulla. Paghiamo una disponibilità e poi non sempre la trasformiamo in servizio utile.
Gli appartenenti alle forze dell’ordine in ausiliaria, se idonei e disponibili, potrebbero essere impiegati in funzioni compatibili con età ed esperienza: supporto amministrativo qualificato, formazione dei giovani, tutoraggio, analisi, pianificazione, vigilanza di sedi non sensibili, rapporti con enti locali, sicurezza amministrativa, educazione alla legalità, protezione civile. Non si tratta di mandarli in ordine pubblico o nei servizi più usuranti, ma di non disperdere la loro professionalità.
Si potrebbe anche consentire, su base volontaria e previa idoneità fisica, la permanenza in servizio per altri cinque anni oltre il limite ordinario, almeno per incarichi compatibili. Conosco personalmente appartenenti alle forze dell’ordine che, raggiunta l’età pensionabile, avrebbero voluto continuare a servire lo Stato. In un Paese che lamenta carenze di organico, mandarli automaticamente a casa è poco razionale.
Una riforma seria dovrebbe quindi muoversi in tre direzioni: liberare il personale operativo dalla burocrazia impropria; utilizzare tutto il personale in ausiliaria; consentire a chi vuole e può di proseguire il servizio in mansioni adeguate.
Solo dopo si potranno prendere in considerazione nuove assunzioni. Altrimenti continueremo a riempire un secchio bucato: nuovi agenti entreranno nel sistema, ma il sistema continuerà ad assorbirli in sportelli, archivi, uffici, autisti, segreterie e pratiche amministrative.
La sicurezza non si misura dalle consistenze organiche, ma da quanti operatori siano concretamente disponibili per proteggere i cittadini, oltreché (anzi, soprattutto) dall’eliminazione dei troppi limiti operativi imposti loro dalla legge, che è il vero grande problema mai davvero affrontato da qualsiasi Governo, anche di destra.
Giorgio Carta, 4 maggio 2026
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