Politico Quotidiano

Gabanelli vuole fregarvi. Non è un “Datarooom”, è propaganda

I numeri piegati contro la riforma: l'analisi di Antonucci e le tesi per sostenere il No

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C’è un problema quando una firma autorevole come Milena Gabanelli veste i panni del data journalism e finisce per fare tutt’altro: costruire un racconto che, dietro la parvenza dei numeri, sposa in realtà le tesi del No e prova a smontare quelle del Sì. Il punto non è solo cosa si sostiene, ma come lo si presenta. Perché se lo chiami “dato”, il lettore abbassa le difese. E invece, come osservato da Ermes Antonucci, qui siamo di fronte a una narrazione selettiva, dove i numeri non chiariscono: orientano.

Perché il punto, alla fine, è tutto lì: informare o indirizzare? In un post su Facebook, Antonucci non usa mezzi termini e parla di un racconto fuorviante, costruito su una serie di semplificazioni che finiscono per cambiare completamente il senso della riforma costituzionale sulla giustizia, il tutto pubblicato sulle pagine del Corriere. E la prima, grande confusione riguarda il cuore del dibattito: la separazione delle carriere.

Nell’intervento della Gabanelli si richiama il fatto che oggi un pubblico ministero possa diventare giudice e viceversa, con limiti e numeri contenuti. Ma, osserva Antonucci, questo non c’entra nulla con la separazione delle carriere. È un altro tema: quello della separazione delle funzioni. Il vero nodo è che pm e giudici oggi condividono lo stesso organo di governo autonomo, il Csm, e quindi – sostiene – una commistione che non è solo teorica ma incide sulla percezione di indipendenza. Tradotto: il problema non è quante volte uno cambia ruolo, ma il fatto che appartengano allo stesso “mondo”.

E poi c’è il tema, sempre evocato, dell’autonomia del giudice. Qui Antonucci ribalta la prospettiva. Non è il dato delle assoluzioni a dimostrare l’indipendenza, perché il punto critico starebbe prima, nella fase delle indagini. È lì che – secondo le statistiche citate – le richieste dei pm vengono accolte in percentuali altissime. Non è la sentenza finale il problema, ma il percorso che porta al processo.

Il resto dell’analisi procede con lo stesso schema: smontare, punto per punto, quella che viene considerata una narrazione imprecisa. L’idea che un Csm separato per i pm li renderebbe più aggressivi? Non cambia nulla, replica Antonucci, perché resta intatto l’obbligo di cercare anche prove a favore dell’indagato. I costi raddoppiati? Impossibili da calcolare oggi, quindi affermazione arbitraria. Il rischio di una maggioranza politica che controlla i membri laici? Tutto rinviato alla legge attuativa, con la previsione – secondo la dottrina – di maggioranze qualificate, quindi tutt’altro che un assalto della politica.

Ma il passaggio più interessante è quello sulla disciplina dei magistrati. Qui Antonucci contesta direttamente i numeri riportati, ridimensionandoli e sottolineando un dato che cambia la prospettiva: la stragrande maggioranza delle segnalazioni viene archiviata prima ancora di diventare un procedimento. E quando si arriva a una sanzione, spesso si tratta di misure che non incidono realmente sulla carriera. Insomma, il problema non sarebbe la severità, ma semmai il contrario.

E infine c’è la questione politica, quella vera. “Questa riforma non renderà la giustizia più veloce”, si legge nell’impostazione criticata giustamente da Antonucci. E qui arriva la risposta più netta: non deve farlo. Non è una riforma del processo, ma dell’ordinamento. Chiederle di accorciare i tempi è, secondo lui, semplicemente fuori fuoco.

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Il punto, allora, diventa un altro: non la velocità, ma la qualità della giustizia. Un giudice davvero separato dal pubblico ministero, che non condivide percorso, carriera e valutazioni, sarebbe – nella visione sostenuta – più libero, più terzo, più vicino a quel principio di parità tra accusa e difesa scritto nella Costituzione. E da lì discenderebbe tutto il resto: meno errori, meno ingiuste detenzioni, più equilibrio.

Che poi è il cuore dello scontro. Da una parte chi vede nella riforma un rischio per l’indipendenza della magistratura, dall’altra chi – come Antonucci e come coloro che hanno buonsenso – la considera un passaggio necessario proprio per rafforzarla. In mezzo, però, resta una questione decisiva: come viene raccontata. Perché se il data journalism diventa un’etichetta dietro cui si nasconde una tesi già scritta, allora il problema non è più la riforma. È l’informazione.

Franco Lodige, 17 marzo 2026

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