
C’è una tentazione ricorrente, ogni volta che emergono episodi di violenza legati a gruppi che si richiamano all’antifascismo: liquidarli come “finti partigiani”. È una scorciatoia rassicurante. Permette di salvare un’immagine idealizzata della Resistenza, separando nettamente il “bene” di allora dal “male” di oggi. Ma si tratta di una lettura comoda e storicamente fragile.
La verità è più complessa e, proprio per questo, più difficile da accettare: quella violenza non è una degenerazione recente né un tradimento della memoria. È, piuttosto, la prosecuzione di una componente che era già presente nella galassia partigiana negli anni della guerra civile italiana. La Resistenza non fu un blocco monolitico. Fu un insieme di esperienze, sensibilità e ideologie diverse — alcune nobili, altre segnate da odio politico, spirito di vendetta e brutalità. Ridurla a una narrazione puramente epica significa deformarla.
Basta ricordare ciò che accadde a Piazzale Loreto nell’aprile del 1945. Non solo l’esposizione dei corpi di Benito Mussolini e Claretta Petacci, ma anche la violenza simbolica e fisica esercitata su quei cadaveri. L’accanimento, i ripetuti abusi perpetrati su corpi ormai privi di vita — in particolare quello della Petacci, denudata e fatta oggetto di insulti, sputi e altre gravi umiliazioni, fino al vilipendio del corpo. Non fu un episodio marginale, né una semplice “sbavatura”. Fu il segno di una componente della guerra partigiana che non si limitava alla lotta armata contro il nemico, ma che scivolava nella disumanizzazione dell’avversario.
Negarlo significa riscrivere la storia. Questo non cancella il valore della Resistenza, ma obbliga a riconoscerne tutte le contraddizioni, anche quelle più scomode. Per questo, quando oggi assistiamo a comportamenti aggressivi, intimidatori e intolleranti — giustificati in nome dell’antifascismo — non siamo di fronte a una falsificazione recente. Non sono “finti partigiani”. Sono eredi, in una certa misura, di quella stessa componente minoritaria ma reale che già allora esisteva: una minoranza che interpretava la lotta politica come uno scontro totale, privo di limiti morali.
Il problema, quindi, non è smascherare un’impostura. È riconoscere una continuità: quelli di oggi non sono affatto finti partigiani, ma l’odierna espressione di una componente violenta e intollerante della Resistenza di ieri. E finché non si avrà il coraggio di dirlo con chiarezza, quella violenza continuerà a trovare giustificazioni invece che condanne.
Salvatore Di Bartolo, 27 aprile 2026
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