Guardateli bene: sono il miglior spot per il Sì

A Roma la piazza radicale brucia Meloni, Nordio e la bandiera di Israele. Doveva essere la protesta contro il referendum: è diventata propaganda per chi vuole votare sì

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C’è un modo infallibile per fare campagna per il Sì al referendum sulla giustizia senza spendere un euro in manifesti o spot televisivi: lasciare la parola alle piazze del “No”. Quelle che sabato sono scese in strada a Roma – e in altre città italiane – erano nate con l’obiettivo di contestare il referendum sulla giustizia, le politiche del governo e la guerra. Il risultato, però, è stato il solito gigantesco fritto misto ideologico in cui tutto finisce nello stesso pentolone: giustizia, Gaza, Iran, Cuba, Trump, capitalismo, sicurezza, immigrazione.

Il corteo principale è partito da piazza della Repubblica, a Roma. Lo slogan ufficiale parlava chiaro: “No al referendum, no alla guerra, no al governo liberticida”. Ma già guardando i cartelli si capiva che la lista dei “no” era destinata ad allungarsi parecchio. C’erano manifesti con scritto “Giù le mani dall’Iran” e “Giù le mani da Cuba”, accanto ad altri che denunciavano “l’Italia peggiore” mostrando i volti di Matteo Salvini, Umberto Bossi e Daniela Santanchè. In mezzo alla folla comparivano anche richiami alla Costituzione: una delle scenografie più vistose rappresentava una donna con i colori della bandiera italiana distesa su un lettino d’ospedale, con sotto una croce e la scritta in rosso “Costituzione”, come se fosse in terapia intensiva.

Un’altra manifestante aveva il volto interamente dipinto di nero, con un enorme “No” bianco tracciato tra occhi e guance, diventato una sorta di simbolo della protesta. Nel corteo sfilavano gruppi arrivati da varie regioni, con collettivi universitari e centri sociali da Torino, Napoli e altre città. Le parole d’ordine rimbalzavano dagli altoparlanti: contro il riarmo, contro la Nato, contro Israele, contro gli Stati Uniti. Poi, come spesso accade quando le piazze prendono questa piega, si è passati dalla retorica alla scena simbolica.

Quando il corteo ha raggiunto via Cavour, alcuni manifestanti hanno dato alle fiamme due cartelloni: uno con l’immagine della bandiera degli Stati Uniti e uno con la foto del presidente americano Donald Trump. Nello stesso momento è comparso uno striscione con la scritta: “Contro le aggressioni imperialiste – Difendere Cuba socialista”. Poco dopo è stata incendiata anche una bandiera di Israele. Il momento più teso è arrivato però a piazza dell’Esquilino, dove sono stati bruciati con fumogeni due cartelloni che raffiguravano la presidente del Consiglio Giorgia Meloni e il ministro della Giustizia Carlo Nordio. Il primo ritraeva il premier mentre teneva al guinzaglio il suo ministro, con tanto di museruola, accompagnato dalla scritta: “No al vostro referendum”. Il secondo mostrava una stretta di mano tra Meloni e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, con un’accusa pesantissima: “No al vostro genocidio – 75 mila civili uccisi, 2 milioni di sfollati”.

Una scena che ha provocato reazioni immediate anche da parte di chi, pure, si oppone al referendum. Il leader del Movimento 5 Stelle Giuseppe Conte ha preso le distanze: “Il M5S è contrario a ogni forma di violenza. Condanno senza esitazioni quanto accaduto in piazza a Roma. Questo governo deve andare a casa con la forza delle idee e della democrazia, non con l’odio”. Sulla stessa linea anche il presidente del Comitato “Giusto dire No”, Enrico Grosso, che ha definito quei gesti “quanto di più distante dal nostro modo di intendere questa campagna referendaria”.

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Persino l’Anm ha invitato ad abbassare i toni, ricordando che il confronto sul referendum dovrebbe restare sul piano politico e non degenerare in episodi simbolici di violenza. Dal governo è arrivata una risposta istituzionale. Nordio ha ringraziato per la solidarietà ricevuta e ha assicurato che questi episodi non lo intimidiranno: anzi, lo spingono a proseguire con maggiore determinazione, auspicando – come indicato dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella – un dibattito “pacato e leale sui contenuti”.

Ma le piazze del “No” non si sono fermate alla capitale. A Torino, nonostante la pioggia battente, il corteo si è aperto con uno striscione che accusava Stati Uniti e Israele di aggressioni imperialiste e invocava “Free Palestine, Free Iran”. Dal palco improvvisato gli organizzatori hanno parlato di “urgenza di prendere la parola contro le guerre imperialiste” e hanno chiesto l’interruzione dei rapporti con Israele e la fine della produzione di armi in Italia. Secondo gli interventi al microfono, “solo il popolo può salvare il popolo”. A Bologna, invece, alcune centinaia di manifestanti hanno sfilato contro le politiche del governo: contro i Cpr, contro il decreto sicurezza, contro il riarmo e naturalmente contro il referendum sulla giustizia. Il corteo – promosso dalla rete No Cpr con l’adesione di decine di associazioni e sindacati – è partito da piazza XX Settembre per arrivare a piazza San Francesco. Tra le rivendicazioni anche la protesta contro i nuovi centri per il rimpatrio e contro le indagini sui certificati medici utilizzati per evitare il trasferimento nei Cpr. Insomma, dentro queste piazze c’era davvero di tutto: geopolitica mediorientale, contestazione sociale, battaglie migratorie, slogan anti-capitalisti e la campagna contro il referendum.

Il punto, però, resta politico. Quando una manifestazione contro una riforma della giustizia finisce per trasformarsi in una scena dove si bruciano bandiere occidentali, si difende Cuba socialista e si incendiano i volti della presidente del Consiglio e del ministro della Giustizia, il messaggio che arriva al cittadino medio fuori da quella piazza è molto semplice. Non è la complessità della riforma. È la sensazione che quella protesta sia contro tutto e contro tutti.

Ed è proprio questo il paradosso della giornata: mentre i manifestanti gridavano il loro “No”, rischiavano di offrire al fronte opposto il miglior argomento possibile. Perché in politica vale spesso una regola brutale: l’estremismo, quasi sempre, è la migliore pubblicità per l’avversario.

Franco Lodige, 14 marzo 2026

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