L’altro giorno all’Università Ca’ Foscari di Venezia la grande e irreprensibile Francesca Albanese ha tenuto un intervento che, come di consueto, poco ha a che fare con il diritto internazionale e molto invece con la retorica militante pro-Pal. Con ammirevole umiltà ha innanzitutto preso le distanze dalla celebrità pop conquistata con la copertina di Vogue (solo dopo che s’è fatta intervistare, però…): “Non sono Taylor Swift, non voglio fan”, ha esordito.
Poi ha lanciato il solito appello: “Fermiamo il genocidio”. E ancora: “La Palestina ci mostra chi siamo come individui ed è tempo di una rivoluzione”. Parole pronunciate con il solito tono supponente di chi si sente investito di una missione morale assoluta, mai di chi dovrebbe garantire feedback imparziali in nome del suo ruolo alle Nazioni Unite.
Ma il problema, è fondamentale ribadirlo, non è la critica a Israele: discutere delle politiche di Tel Aviv è legittimo. La cosa grave è la postura sempre polarizzante di Albanese: la dottoressa non perde mai occasione di adottare un linguaggio da piazza estremista. Un’esperta del suo calibro che parla di “genocidio” ignorando deliberatamente che la Corte Penale Internazionale (l’organo giudiziario competente) ha confutato questo termine pochi giorni fa e, benché abbia emesso mandati di arresto per Benjamin Netanyahu e Yoav Gallant, lo abbia fatto con l’accusa di crimini di guerra e contro l’umanità, non per genocidio.
E nemmeno la Corte Internazionale di Giustizia ha finora convalidato quel termine come fatto giuridico accertato. Albanese però su ogni palco la parola “genocidio” la usa comunque, sapendo di scatenare polemiche e di inasprire i rapporti internazionali e sociali. Non solo un abuso del suo ruolo, ma proprio il suo contrario: l’ONU dovrebbe essere un organo che mira a conciliare attraverso la diplomazia, ma è evidente che tanti suoi esponenti oggi sembrano intenzionati a dividere.
Ancora più inquietante è il richiamo alla “rivoluzione”. In un contesto universitario, peraltro consapevole di come fra i giovani la violenza politica stia oggi aumentando, la relatrice ONU suggerisce che la soluzione alla tragedia palestinese passi per una sorta di moto globale contro il “necrocapitalismo”. E ci mette dentro tutto: le banche, le multinazionali e persino le università che ancora osano avere accordi con Israele, peccando di hybris nei confronti di nostra signora dei pro-Pal.
A pensar male, pare un costante invito a titillare gli animi più accesi, quelli che già scambiano la causa palestinese per una guerra santa e socialista contro l’Occidente ricco e menefreghista. E poi la solita equiparazione al fascismo di chi non la pensa come lei, che è un classico trucco dell’intellighenzia e anche della retorica pro-Pal: chi non è con noi è una canaglia contro l’umanità.
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E proprio qui Albanese si lancia in un minestrone incredibile: “Io ho un problema con le istituzioni in questo Paese che confondono la critica dello Stato di Israele con l’antisemitismo. Facendo così mettono in pericolo tutte e tutti gli ebrei in Italia e altrove”. Affermazione paradossale: è proprio lei, con la sua dicotomia costante (Palestina come bene assoluto, Israele come male incarnato), con le accuse unidirezionali di tortura sistematica (dimenticando il 7 ottobre o, peggio, giustificandolo), a gettare una luce sinistra sugli ebrei italiani ed europei.
È proprio la narrazione da lei promossa che fa sì che chi non approfondisce l’argomento critichi tout court gli ebrei o gli israeliani in generale, persino quelli che schifano Netanyahu e scendono in piazza protestando. Eh già, a sentire solo Albanese, quasi si dimentica talvolta che Israele è una democrazia pluralista, a differenza di altri luoghi più cari ai Pro Pal.
Insomma, nostra signora dei pro-Pal, dopo la premiazione in Spagna, ha forse capito che confondere Netanyahu con tutti gli ebrei o demonizzare integralmente il popolo israeliano è un grave errore. Il problema è che non si rende conto che non sono le istituzioni a promuovere questo miscuglio: è la narrazione tossica dei Pro Pal. Ma magari, prima o poi, ci arriverà…
Alessandro Bonelli, 13 maggio 2026
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