Politico Quotidiano

Il galletto Macron abbassi la cresta

Dalla “vigilanza” preventiva alle accuse di sovranismo: il doppio standard dell’Eliseo nei rapporti con Roma

Immagine generata da AI tramite DAL-E di OpenAI
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All’indomani dell’insediamento di Giorgia Meloni, il 24 ottobre 2022, da Parigi arrivò un messaggio che suonò più come un avvertimento che come un augurio istituzionale.

Dopo un incontro serale a Roma tra la neo-premier e il presidente della Repubblica francese, fonti dell’Eliseo fecero sapere che la Francia avrebbe esercitato una “vigilanza” sull’operato del nuovo governo italiano, su impulso del presidente Emmanuel Macron. Parigi avrebbe giudicato “dagli atti”. Colloqui “franchi”, si disse allora. Tradotto dal politichese: fiducia condizionata.

Fu un esordio anomalo nei rapporti tra due Paesi fondatori dell’Unione europea. Non un richiamo alla cooperazione, bensì la pretesa che un governo democraticamente eletto dovesse essere sottoposto a una sorta di eterodirezione da Parigi. Un atteggiamento difficilmente immaginabile a parti inverse.

Proprio per questo, oggi, a distanza di tempo, colpisce ancor di più la presa di posizione dell’Eliseo nei confronti di Roma. Dopo l’uccisione, a Lione, del giovane militante Quentin Deranque, Meloni ha parlato di una “ferita per l’intera Europa”, aggiungendo che “nessuna idea politica, nessuna contrapposizione ideologica può giustificare la violenza o trasformare il confronto in aggressione fisica”. Parole nette, prive di ambiguità, ampiamente condivisibili e volte a collocare l’episodio in una dimensione europea.

La replica di Macron, invece, è stata interamente politica: “I sovranisti non vogliono essere disturbati a casa loro, ma sono sempre i primi a commentare quello che succede negli altri Paesi”. Una frase che sposta il baricentro dalla condanna della violenza alla polemica ideologica. Non una risposta nel merito, ma un contro-affondo retorico.

Il punto non è la legittimità del dissenso tra governi di orientamento diverso. È il doppio standard che emerge. Nel 2022, di fronte a un governo appena nato, Parigi rivendicava una “vigilanza” preventiva. Oggi, di fronte a una presa di posizione che condanna la violenza politica come problema europeo, si risponde semplicisticamente rispolverando l’etichetta del “sovranismo”, quasi fosse una colpa inescusabile.

Ma c’è una differenza sostanziale tra interferire e intervenire: interferire significa attribuirsi un potere di controllo sulle scelte altrui; intervenire significa, invece, prendere parola su questioni che travalicano i confini nazionali, come la violenza politica. Quando Meloni parla di “ferita per l’intera Europa”, non esercita alcuna vigilanza su Parigi: richiama un principio comune.

Se davvero si vuole difendere lo spirito europeo, la coerenza dovrebbe venire prima del desiderio di impartire lezioni al prossimo. Non si può rivendicare per sé il diritto di giudicare “dagli atti” un governo straniero e, al tempo stesso, liquidare come indebita ingerenza una dichiarazione che condanna un omicidio politico. La credibilità internazionale non si misura solo nella fermezza delle parole, ma nella loro simmetria.

Nel 2022 la Francia si arrogava il compito di vigilare sull’Italia. Oggi si irrita se dall’Italia arriva una parola che richiama principi condivisi. La differenza è chiara: tra chi pretende di distribuire patenti di legittimità e chi ricorda che la violenza politica è una sconfitta per tutti.

Se l’Europa ambisce davvero ad essere una comunità tra pari, Parigi smetta di comportarsi da “maestrina” e impari prima a rispettare la sovranità altrui, invece di giudicare tutti dall’alto con la presunzione di chi crede di essere il supervisore dell’intero continente.

Salvatore di Bartolo, 21 febbraio 2026

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