Negli anni ’90 l’Italia visse una stagione politica straordinaria, anche grazie alla spinta liberale e libertaria di Marco Pannella. Ebbi la fortuna di condividere quel percorso da giovanissimo, a vent’anni. Era la stagione della raccolta firme per il grande referendum Pannella-Segni: abolizione delle preferenze multiple, superamento del sistema proporzionale, fine del potere di ricatto dei partiti, costruzione di un sistema istituzionale anglosassone bipolare o tripolare, riforma presidenziale dello Stato.
Ma i Radicali di Marco Pannella — quelli di quella fase storica — avevano soprattutto chiarissimo di cosa avesse bisogno l’Italia. E organizzarono una gigantesca offensiva referendaria: abolizione del finanziamento pubblico ai partiti e liberalizzazione delle donazioni private; abolizione del Ministero delle Partecipazioni Statali, del Ministero del Turismo e di quello dell’Agricoltura; liberalizzazioni commerciali; stop alle nomine bancarie pubbliche; riforma delle pensioni e della sanità; privatizzazione della RAI; abolizione delle trattenute sindacali automatiche; abolizione del sostituto d’imposta; limitazione della custodia cautelare; superamento di molti vincoli statalisti sul lavoro e sull’economia.
Quel patrimonio di idee doveva essere difeso davanti alla Corte Costituzionale. E Pannella, come sempre, lo fece con il proprio corpo. Iniziò di notte a fare il “walk around”, una forma di protesta americana che consiste nel camminare avanti e indietro con i cartelli addosso. Lui lo faceva da solo tra Piazza del Quirinale e la sede della Corte Costituzionale con cartelli giganteschi: “GIÙ LE MANI DAI REFERENDUM”. Stava difendendo milioni di firme e un enorme patrimonio politico.
Una notte feci un giro con lui e gli dissi: “Marco, ma tu sei vecchio… perché queste cose non le fai fare a noi che siamo ragazzi?”. Mi guardò fisso negli occhi e mi rispose: «Te la senti di iniziare un digiuno per difendere i referendum? Sei pronto a presidiare questa piazza per una settimana intera?”. o gli dissi di sì.
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Il giorno dopo arrivò un camper davanti alla Corte Costituzionale e con pochissimi altri militanti iniziammo il digiuno. La notte presidiavamo la piazza con i cartelli “Giù le mani dai referendum”. Partirono i fili diretti con Radio Radicale. Col passare dei giorni si aggiungeva qualche militante. Era inverno, forse l’inverno più freddo che io ricordi.
Arrivò anche la stampa. Mi intervistò Il Giornale — quello di Montanelli — e il giorno dopo mi ritrovai con una pagina nazionale dal titolo: “Andrea Bernando paladino dei referendum”. Mi avevano storpiato il cognome da Bernaudo a Bernando. Del resto è un destino che mi porto dietro da sempre e che ancora oggi mi fa sorridere.
La Corte Costituzionale falcidiò oltre metà dei referendum. Io mi presi una pleurite e rischiai seriamente di lasciarci la pelle. Appena mi passò il febbrone corsi alla sede del partito a Torre Argentina. C’era una riunione, c’era Marco. Mi avvicinai e gli dissi: “Marco, dopo il digiuno mi è venuta la pleurite”. Lui mi guardò e rispose: «Se non c’hai il fisico, non li fare i digiuni”.
Ci rimasi male. Mi aspettavo almeno una pacca sulla spalla. Ma Marco era così: alternava momenti di straordinaria umanità ad altri di durissima severità. Sono stati gli anni più belli. Non ho mai smesso di occuparmi di libertà. Alcuni amici di allora sono ancora oggi i miei migliori amici e con alcuni di loro ho fondato Liberisti Italiani. E io, in fondo, mi sento ancora quel ragazzo di vent’anni.
Andrea Bernaudo, 20 maggio 2026
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