Politico Quotidiano

Il Pd vince solo… senza il Pd

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Il paradosso del Partito Democratico è ormai compiuto: il PD vince solo quando riesce a nascondere sé stesso. Una strategia geniale, quasi avanguardistica. Altro che campo largo: il vero segreto elettorale sembra essere il campo neutro, possibilmente senza simbolo, senza bandiera e magari senza nemmeno nominare il partito ad alta voce.

A leggere i risultati delle ultime amministrative, viene da pensare che dalle parti del Nazareno abbiano finalmente trovato la formula magica: togliere il logo e sperare che gli elettori non se ne accorgano. E in effetti funziona. A Salerno vince il candidato dell’area progressista, l’ex governatore Vincenzo De Luca, ma senza il simbolo del PD. A Enna stessa storia: Mirello Crisafulli trionfa, mentre il simbolo del partito resta prudentemente in cantina. Una specie di superstizione politica: “non tirate fuori il logo, porta male”.

Nel frattempo, dove invece il Pd si presenta orgogliosamente con il proprio marchio, arrivano le mazzate. Reggio Calabria, governata dalla sinistra per dodici anni consecutivi, cade come un fortino dimenticato. Venezia, che la segretaria nazionale aveva trasformato in una battaglia simbolica contro il centrodestra, finisce con una sconfitta ancora più clamorosa perché maturata partendo da una posizione di vantaggio. Insomma: quando il PD ci mette la faccia, gli elettori sembrano cambiare marciapiede.

È un fenomeno politico affascinante: un partito che, per vincere, deve ricorrere all’incognito. Una forza politica che ottiene risultati solo quando i candidati si presentano come quei prodotti “senza marca” del supermercato: stesso contenuto, ma packaging anonimo per non spaventare il consumatore.

E allora viene il dubbio: il problema del Pd non sono gli alleati, il programma o la leadership. Il problema è il Pd stesso. Un’autocritica brutale, ma supportata dai fatti. Per anni i dirigenti democratici hanno spiegato ogni sconfitta con l’astensionismo, la comunicazione sbagliata, il populismo, i social, il meteo, Mercurio retrogrado. Ora però emerge una spiegazione molto più semplice: appena compare il simbolo, gli elettori scappano.

Così il partito che un tempo voleva rappresentare l’identità del centrosinistra oggi sembra vivere una crisi d’identità talmente profonda da diventare elettoralmente tossico perfino per i propri candidati. Tant’è che i ras locali più accorti hanno capito il trucco: meglio correre da civici, autonomi, territoriali, indipendenti. Tradotto: “siamo del PD, ma non ditelo troppo in giro”.

Il risultato è tragicomico. I dirigenti nazionali rivendicano vittorie che arrivano solo quando il partito viene accuratamente mimetizzato. È un po’ come se una squadra di calcio festeggiasse il trionfo nelle partite in cui non è scesa in campo.

A questo punto manca solo il passo finale: il rebranding definitivo. Non più Partito Democratico, ma “Candidati Vari ed Eventuali”. Senza simbolo, senza sigla, senza tracce. E magari, chissà, con qualche possibilità in più di vincere davvero.

Salvatore Di Bartolo, 28 maggio 2026

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