Roberto Saviano, scrittore e autore di “Gomorra”, è stato assolto dall’accusa di diffamazione avanzata nel 2018 da Matteo Salvini, attuale vicepremier e leader della Lega. Nel dicembre di quell’anno, Saviano aveva utilizzato l’espressione “ministro della malavita” per definire Salvini, allora ministro dell’Interno, in un contesto di polemiche sulla scorta destinata all’autore, tema su cui il politico leghista aveva spesso espresso opinioni critiche sui social.
La dichiarazione di Saviano nel 2018 affermava: “Le parole pesano, e le parole del ministro della malavita, eletto a Rosarno con i voti di chi muore per ’ndrangheta, sono parole da mafioso. Le mafie minacciano. Salvini minaccia”. Lo scrittore ha ribadito più volte, anche negli anni successivi, l’uso di questa definizione, spiegando che si tratta di una citazione dello storico e politico italiano Gaetano Salvemini, utilizzata in passato in un contesto di critica morale al potere politico.
La sentenza del tribunale di Roma
Oggi il giudice monocratico del tribunale di Roma ha disposto l’assoluzione di Saviano, affermando che l’espressione rientra nel contesto di una legittima critica politica e non costituisce reato. La sentenza arriva dopo otto anni di procedimenti legali. Negli anni, durante lo sviluppo del processo, lo scrittore aveva accusato Salvini di utilizzare querele come strumento di intimidazione politica e per mandare messaggi al suo elettorato e agli avversari.
Subito dopo la decisione giudiziaria, Saviano ha dichiarato: “Salvini per anni mi ha perseguitato letteralmente, facendo campagne elettorali su di me. Continuava a dichiarare che avrebbe tolto la mia scorta. Questa sentenza dimostra che aveva preso seriamente in considerazione la possibilità di consegnarmi ai clan”. Lo scrittore ha anche sottolineato: “Chi chiede di togliere la scorta a chi è scortato dallo Stato, senza tra l’altro addurne una motivazione, sta accettando di consegnare la persona ai clan. Questa sentenza per me, soprattutto, va a sottolineare questo. Voglio dedicarla a chi mi ha difeso, al mio avvocato Antonio Nobile, assieme ad Articolo 21 e a tutte le persone che in questi anni ci sono sempre state. E poi la dedico a Gaetano Salvemini, perché Gaetano Salvemini oggi è stato tantissime volte citato e gli avrebbe fatto piacere di sentire che le sue parole mettono così tanta paura, ancora oggi, al potere”.
Sui social ha scritto: “Questa assoluzione significa soprattutto una cosa: che la propaganda politica non può diventare uno strumento per mettere a tacere chi critica. Per anni Salvini ha giocato con parole e slogan, alimentando un clima ostile. ‘Gli toglieremo la scorta’, diceva riferendosi a me. E sapeva bene che, vivendo sotto protezione per le minacce dei clan, certe parole non sono mai neutre. Certe parole possono essere davvero pericolose, soprattutto se a pronunciarle è un Ministro della Repubblica. E Ministro della Mala Vita non è un’espressione che ho inventato io, appartiene a Gaetano Salvemini, che la usò nel 1910 contro Giolitti per denunciare un modo di esercitare il potere fondato sulla paura, sul consenso facile, sull’uso della forza contro i più deboli. Ma soprattutto Salvemini lo usò per descrivere l’attitudine predatoria che Giolitti aveva nei confronti del sud Italia: sfruttato come bacino di voti e poi abbandonato. ‘Ministro della Mala Vita’ non era diffamazione allora e non lo è oggi. Era, ed è, una critica politica. Mi sono dovuto difendere in questo processo per otto lunghi anni, mentre Salvini, chiamato a testimoniare, non si presentava in aula adducendo i più fantasiosi degli impedimenti. Ma questo processo sarebbe potuto durare anche cent’anni, una cosa è certa: per quanto aspra sia la critica, le parole non possono essere messe sotto accusa quando raccontano il potere“.
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