Non voglio entrare nel merito delle affermazioni del presidente Trump riguardo alla foto con la presidente del Consiglio, on. Giorgia Meloni. Ritengo che siano parole che non meritino alcun commento, se non quello dell’espressione di una forte preoccupazione circa gli equilibri dell’ordine mondiale, in particolare del nostro Occidente.
Dico questo perché determinati comportamenti messi in atto da uomini e donne delle Istituzioni, siano esse nazionali, internazionali o estere, fanno sorgere sempre in me profondi interrogativi, il primo ed il più importante dei quali è questo: come è possibile tutto questo? Mi preoccupano enormemente i toni e le affermazioni che costruiscono il dibattito politico, a tutti i livelli, in quanto ho la percezione dell’impatto negativo sulla società, sui giovani in particolare, sul pensiero comune e sull’opinione pubblica. Se il presidente degli Stati Uniti esprime determinate affermazioni, cosa può arrivare a dire un giovane di una ragazza o di un coetaneo? Quale lezione di rispetto, di fair play, di senso delle Istituzioni un giovane può ricavare da tutta la vicenda?
Ecco perché divengo sempre più convinta del fatto che la forma è sostanza, o meglio: dove c’è la forma c’è anche la sostanza. Se manca l’una, manca anche l’altra. La forma, infatti, esprime innanzitutto la consapevolezza di un incarico ricoperto, esprime l’idea che, per adempiere al proprio dovere, si debba avere un contegno esteriore (in termini di espressioni, modi di fare e di pensare) in grado di consentire alla persona di fare la differenza, di assolvere al proprio mandato in modo rispettoso di sé e degli altri.
Ho davvero apprezzato la risposta della premier Meloni, perché ha fatto comprendere che, se si colpiscono le persone impegnate nelle Istituzioni, si colpiscono le Istituzioni stesse e, conseguentemente, i cittadini. L’unica risposta che può essere data in questa situazione non può che essere ispirata al rispetto delle Istituzioni stesse e quindi alla responsabilità cui tutti siamo chiamati: non il rimbrotto, non la polemica, non la costruzione di un muro, bensì il dialogo, nel caso di specie con l’amministrazione statunitense, il lavoro diplomatico, l’unico in grado di far ottenere risultati stabili e duraturi.
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Sono certa che negli uomini e nelle donne dell’establishment ci sono persone che desiderano essere veri costruttori di pace: sul lavoro e sul ruolo di questi ultimi occorre puntare, perché le tensioni vengano smorzate e si arrivi ad uno status quo in grado di garantire stabilità e pace. La conta dei morti e delle vittime è troppo alta per lasciare lo spazio alla polemica divisiva: puntiamo all’unità interna, all’unità dell’Europa e dell’Occidente, lavorando sui principi, al di là delle persone e degli interlocutori. Beati i costruttori di pace: dobbiamo essere convinti della nostra responsabilità per la pace e per il mantenimento del dialogo, a tutti i costi.
Da donna di fede, aggiungo, che per tutti arriverà il giudizio di Dio, un giudizio implacabile nei confronti di chi dimentica la dinamica della fraternità che unisce tutti gli uomini e si fa invece promotore e responsabile di una dinamica che nega l’umanità dell’altro e lo riduce a mero strumento da asservire ai propri bisogni. Piena solidarietà alla premier Meloni, piena solidarietà alle donne e agli uomini delle Istituzioni che di queste ultime hanno il senso e agiscono di conseguenza.
Suor Anna Monia Alfieri, 20 giugno 2026
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