Il woke è morto. Viva il woke. No, non siamo impazziti. Ma leggere le parole di Giuseppe Conte su Repubblica lascia una certa ebbrezza. «Dottrina totalizzante». «Religione morale autoreferenziale». Parole del leader del Movimento 5 Stelle, non di qualche sporco reazionario.
Qualcuno potrebbe obiettare che anche un orologio rotto segna l’ora giusta due volte al giorno. E avrebbe ragione. Certo, se Conte avesse ammesso anche che i partiti della coalizione di centrosinistra hanno ben poco da spartire tra loro, se non la volontà di battere Meloni, saremmo stati ancora più contenti. E lui più onesto. Ma, in attesa che Schlein torni dalle vacanze e delle botte da orbi che promettono le future primarie a sinistra, ci accontentiamo e ci godiamo il momento. Benvenuta conversione. Restiamo soltanto in vigile attesa di scoprire quale sarà il prossimo mostro culturale partorito dalla sinistra. Perché una cosa è la conversione. Un’altra è l’amnesia.
Ci mancheranno gli uomini incinti. La Boldrini che alla Camera si inginocchia dicendo: “Non respiro perché ho la pelle nera”. I corsi finanziati dalle amministrazioni di sinistra in nome dell’inclusività. Gli asterischi e la schwa. Gli atleti transgender nelle competizioni femminili. Biancaneve interpretata da un’attrice di origini sudamericane. E si potrebbe continuare. Bello, bello tutto. Ma, come dice il Marchese del Grillo: «Mo te ne poi pure annà». E speriamo di non incontrarci mai più.
La sinistra da wokista è diventata antiwokista. È cominciata la gara del che poi a me il woke non è mai piaciuto. «Mi fa piacere che chi ci ha creduto si ricreda. Personalmente, mai stato woke…», ha scritto su X Giorgio Gori, europarlamentare del Pd. Ne siamo certi: tra poco qualcuno sarà pronto a giurare di non sapere nemmeno dove si trovi l’asterisco sulla tastiera. Insomma, la solita giravolta.
C’è però chi, come l’onorevole Elisabetta Piccolotti, rivendica che quella stagione non vada rinnegata in blocco. In sostanza: il woke ha fatto anche cose buone. A lei, almeno, il merito della coerenza. E infine c’è Ilaria Salis, che sceglie una terza strada: il woke non è morto perché, almeno in Italia, non sarebbe mai esistito. «Il woke è un fantasma agitato dalla destra nell’ambito delle sue guerricciole culturali», scrive l’europarlamentare di Avs.
Meglio del Movimento 5 Stelle che nel 2022 presentava un emendamento intitolato «Disposizioni per l’utilizzo di un linguaggio inclusivo». O che, appena nel 2025, attaccava il ministro Valditara per essersi preoccupato di vietare schwa e asterischi nelle comunicazioni ufficiali delle scuole.
Perché il woke è morto, ma ha vissuto. E soprattutto ha avuto potere. Ha ricevuto finanziamenti. Ha deciso quali parole fossero accettabili e quali no. Ha compromesso carriere. Ha fatto saltare pubblicazioni e contratti editoriali e ha portato alla riscrittura di libri già pubblicati. Ha messo sotto accusa attori, scrittori e intellettuali. Ha reso ancora più ipocrite alcune multinazionali, coraggiosissime nel tingere di arcobaleno i propri loghi sui mercati occidentali e assai più prudenti quando c’era da vendere gli stessi prodotti in Medio Oriente.
E allora non seppelliamo così in fretta e furia il nostro amico woke. Non basta dire: «In Italia non abbiamo avuto le stesse derive estreme degli Stati Uniti». Vero. Per fortuna. Ma è un curioso criterio quello secondo cui un fenomeno non sarebbe mai esistito soltanto perché da noi non ha raggiunto la sua forma più esasperata. Non basta nemmeno inventarsi distinzioni tra woke 1.0 e successivi aggiornamenti del software, come qualcuno ha iniziato a fare dopo le parole della socialista americana Alexandria Ocasio-Cortez.
Il woke ha delle responsabilità. Non è stato un aggiornamento del telefono che si può disinstallare facendo finta che la versione precedente non sia mai esistita. Se una cultura entra nei luoghi di lavoro, nelle università, nei media, nel linguaggio delle istituzioni e nel dibattito politico, quella cultura ha esercitato un potere. Senza dubbio in Italia ne ha avuto meno di quanto sognassero i suoi sacerdoti. Ma lo ha avuto.
Benissimo che oggi si riconoscano gli eccessi. Benissimo che persino Conte parli di «dottrina totalizzante» e di «religione morale autoreferenziale». Possiamo finalmente dirlo senza passare per reazionari: la destra non ha combattuto contro un fantasma. Perché delle due l’una: o non esisteva, oppure qualcosa da combattere c’era davvero.
Quindi benvenuto Conte. Benvenuto Gori. Benvenuta conversione. C’è posto. Ma tra qualche mese nessuno venga a raccontarci che il woke era soltanto un “fantasma” agitato dalla destra. Perché i fantasmi, di solito, non presentano emendamenti, non ricevono finanziamenti e non tentano di cambiare il linguaggio delle istituzioni. Dopo averlo difeso, lasciategli almeno un funerale prima di negare che sia mai esistito. Il woke è morto. Viva il woke.
Alessandro Imperiali, 24 agosto 2026
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