Politico Quotidiano

L’altare si è sgretolato, Ranucci ai titoli di coda

Negli anni si è costruita una rampa che poneva il conduttore di Report sempre più in alto. Adesso sta crollando tutto

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Per 10 mesi l’attentato a Ranucci (eh sì sono già passati 305 giorni) ha avuto una sola cornice: “intimidazione al giornalismo d’inchiesta”. Lo stesso conduttore evocò Costanzo, la Mafia, la stagione delle bombe, I servizi. Più recentemente ha scomodato persino Falcone e Borsellino con uno sforzo “perifrasico” decisamente ardito. Poi, il 10 agosto, il mandante è emerso dal suo salotto di casa, era Valter Lavitola, “amico fraterno”. Da quel momento, si é costruita una rampa che retroscena e pubblicistica hanno salito con disinvoltura, spesso senza avvedersi che ogni scalino, una volta verificato, si sbriciola. Percorriamola insieme, ma teniamo a mente chi, quella scala, l’ha deliberatamente puntellata con elementi discutibili e paradossali.

La vittima inconsapevole

Il gradino di partenza, e per il gip l’unico che regga allo stato degli atti. “Ranucci non sapeva, non ordinò, non concordò”. Punto.

La vittima minacciata

Ranucci vive sotto scorta dal 2021. Nel 2024, due proiettili lasciati davanti a casa. Che fosse un bersaglio esposto è un fatto, non certo un indizio di complicità.

L’avvertimento concreto

Qui la scala inizia a scricchiolare. Nessun atto, ad oggi, documenta che il giornalista abbia ricevuto un preavviso circostanziato dell’ordigno del 16 ottobre. Congetture prive di riscontro.

La vittima che tace

Il gradino insidioso, perché è l’unico ancorato a un fatto vero: il pm sta rileggendo in chiave critica le precedenti audizioni del conduttore. Nell’ultima, oltre un’ora di verbale, Ranucci non nominò mai Lavitola né il suo factotum Tavares, adombrando piuttosto la camorra e le piste legate alle inchieste di Report.

È il territorio dell’articolo 371-bis, le false informazioni al pubblico ministero: il reato per cui nel 1993 finì ammanettato Enzo Carra, e che la giurisprudenza ha legato a logiche di omertà. Attenzione, però: rileggere non è incriminare. La domanda è degli inquirenti, non certo una sentenza. E tacere per imbarazzo verso un amico, non è equiparabili a tacere per disegno deliberato. Il salto qualitativo, e il più scivoloso. Un conto è omettere, altro è indirizzare consapevolmente altrove. Ma dal fatto che una pista si riveli sbagliata non discende che chi la sostenne la ritenesse falsa. Chi confonde le due cose compie, tecnicamente, un’ardita abduzione priva di premesse verificabili. Qui non siamo più davanti a una vittima, ma a un complice operativo. E questo gradino ha zero riscontri.

Il mandante

La sommità della scala. Ed è qui che occorre una formula netta. Allo stato degli atti la settima sfumatura, il mandante o concorrente è esclusa dal gip Iole Moricca, che nell’ordinanza di custodia cautelare definisce Ranucci «vittima della manipolazione dell’indagato» e scrive che «allo stato non è emerso alcun elemento per ritenere che il giornalista fosse d’accordo». C’è di più, ed è il dettaglio che ribalta l’intera scala. L’unica voce che insinua l’accordo con Ranucci è quella dell’attentatore reo confesso. Lavitola che intercettato, ragiona così: se il mandante è lui, allora «era d’accordo anche Ranucci». E in un’intervista antecedente all’arresto rincara, l’avrebbe fatto «in accordo con Sigfrido», salvo derubricare la frase a «iperbole». Il giudice annota che quel ragionamento non trova riscontro alcuno. Tradotto: i gradini alti della scala non li ha eretti la cronaca. Li ha posati, uno a uno, l’uomo che ha commissionato la bomba.

Il resto è il consueto teatro. Lavitola confessa un movente che il gip bolla come «fumoso» e «assolutamente generico», e che il legale del giornalista liquida come «delirante teatro della follia»: avrebbe fatto detonare un ordigno alla gelatina per cava, con l’aggravante del metodo mafioso, per innalzare la scorta di un cronista che la scorta ce l’ha, ininterrotta, dal 2021. Una premura tanto commovente quanto paradossale e poco credibile. Resta la sola domanda seria, legittima perché la pone la Procura e non il tifo mediatico: perché un uomo che ha fatto dell’inchiesta il proprio mestiere non ha mai messo a fuoco il sospetto più prossimo a sé? A quella domanda risponderà a settembre, da persona informata sui fatti (convocato dal pm) non da imputato. E la differenza, per chi tiene al garantismo anche quando è scomodo, è tutta lì.

Giulio Galetti, 21 agosto 2026

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