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Insulti da Mosca: dove sono le femministe ora che il bersaglio è Meloni?

Che Vladimir Solovyov faccia il megafono aggressivo del Cremlino non sorprende. A stupire però sono le reazioni in Italia...

Giorgia Meloni insultata dalla TV russa
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C’è qualcosa di ben più fastidioso degli insulti osceni scagliati da Mosca contro Giorgia Meloni. È il silenzio calcolato che li ha seguiti in patria. Perché che Vladimir Solovyov faccia il megafono aggressivo del Cremlino non sorprende: è il suo mestiere, e lo svolge senza alcuna preoccupazione per il decoro. Nulla di nuovo, nulla di inatteso. Il punto, semmai, è un altro: la reazione italiana. O meglio, l’arte tutta nostrana della non reazione selettiva.

Sul fronte femminista, il cortocircuito è evidente. Il linguaggio sessista — giustamente — viene denunciato a gran voce ogni qualvolta tenda anche solo lontanamente a manifestarsi. Ma evidentemente esiste anche una clausola non scritta: tutto ciò vale soltanto quando a essere colpita è “una delle nostre”. Se invece la destinataria è politicamente distante, anche l’indignazione opta per una pausa di riflessione.

Poi c’è il capitolo, a tratti persino surreale, dei filorussi italiani. E qui si entra in un territorio che sfiora la performance artistica. Perché davanti a un insulto così plateale, così triviale, così indifendibile, la reazione auspicabile sarebbe anche la più scontata: “tutto questo è inaccettabile”. Quattro parole appena. Uno sforzo minimo.

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E invece no. Scatta qualcosa di più profondo. Un riflesso condizionato, quasi pavloviano: se la fonte è riconducibile all’orbita di Vladimir Putin, allora criticare diventa complicato. Magari non impossibile, per carità, ma evidentemente troppo faticoso.

Così, all’interno di questo colossale spazio di esitazione, i vari Marco Travaglio, Alessandro Orsini e Alessandro Di Battista abbandonano per un attimo i consueti panni dei custodi della morale per dedicarsi a una nuova avvincente disciplina: l’equilibrismo geopolitico applicato all’insulto. Un esercizio raffinato che consiste nel dire tutto senza dire l’unica cosa necessaria. Un piccolo capolavoro di omissione: riuscire a non contraddire mai il Cremlino, nemmeno quando il dibattito scivola fino al livello dei peggiori bar di Mosca.

Il risultato di cotanta ipocrisia è sotto gli occhi di tutti. Da una parte, un femminismo che rischia di diventare intermittente: acceso a giorni alterni, a seconda della collocazione politica del bersaglio. Dall’altra, un filorussismo che si presenta come lettura critica degli equilibri del mondo ma finisce sempre più per somigliare a una fedeltà incondizionata al Cremlino.

E allora il punto è molto semplice: se non si riesce a condannare, senza distinguo ed esitazioni, una sequela di insulti così volgari e di cattivo gusto rivolti a una donna e a un capo di governo, il problema non è più soltanto ciò che viene detto a Mosca. Ma ciò che, con evidente ipocrisia, si sceglie di non dire a Roma.

Salvatore Di Bartolo, 22 aprile 2026

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