Lorenzo Pacini, il trentenne assessore del Municipio 1 di Milano e volto radicale del Partito Democratico candidato alle prossime comunali, ha avanzato una proposta clamorosa: iniziare a far lavorare i giovani italiani solamente dai 25 anni in poi. L’idea, enunciata durante un’intervista al podcast Generazione Sprecata, suona come l’ennesima stramba teoria degna del peggior laboratorio progressista: prolungare l’adolescenza grazie ai sussidi per gli studenti, rimandare l’ingresso nel mondo produttivo e costruire in questo modo un elettorato malleabile.
In questo caso peraltro, paragonando superficialmente l’idea di Pacini con le altre proposte del centrosinistra, essa sembrerebbe stridere: gli stessi ambienti del Pd (e pure gli alleati di AVS) spingono da anni per abbassare l’età del voto a 16 anni, riprendendo battaglie storiche di Enrico Letta e di altri leader dem. Ma che senso avrebbe, allora? Da un lato responsabilizziamo subito i giovani e dall’altro li teniamo in casa nella bambagia?
Guardando da un’altra prospettiva però il disegno appare più chiaro: creare un esercito di elettori che per nove anni interi, dai 16 ai 25, votano ma non non sanno cosa sia un F24, non hanno mai compilato una dichiarazione dei redditi, non hanno mai dovuto conciliare uno stipendio con le spese di affitto. In compenso però questi ragazzi sarebbero cintura nera in cortei per la Palestina, campioni nazionali di slogan socialisti su Instagram e di mobilitazioni di piazza. È esattamente il sogno dei rossi: un bacino di votanti puri, non contaminati dalla realtà del lavoro, delle tasse e della responsabilità economica e quindi più propensi a credere che i problemi si risolvano con le patrimoniali, con la lotta di classe e con i servizi gratis finanziati da chi produce, quindi non da loro.
Pacini stesso incarna la contraddizione di ciò che propone. A trent’anni è già politico di lungo corso a Milano (consigliere a 20, assessore da anni), mentre millanta di poter posticipare l’ingresso al lavoro altrui. Nel frattempo però alcuni politici del suo stesso partito si lamentano se in Italia i quarantenni vengono ancora definiti giovani politici o giovani manager. Immaginate se le persone iniziassero a lavorare a 25 anni: avremmo stagisti di 50 anni!
Ma quanto piace alla sinistra un popolo fancazzista che campa a spese dello Stato, grazie a un fantomatico “reddito universale” che secondo loro spetta all’uomo di diritto? Un sacco.
Eppure la realtà dei dati è diversa e i commenti sui social in risposta alla sua idea sono lapidari: in Italia l’età minima legale per lavorare è 16 anni (con obbligo scolastico assolto). La disoccupazione giovanile resta elevata, i salari d’ingresso bassi e l’emigrazione di under 35 continua. Proporre di iniziare dai 25 anni è uno scherzo persino per le idee radicali dello “Zohran Mamdani italiano”. È solo un alibi che allontana ancora di più i giovani dalla vita adulta, mentre li strumentalizza elettoralmente con delle mancette. Ed è l’esatto opposto di ciò che serve: responsabilità, lavoro e consapevolezza fiscale, non un esercito di votanti inesperti da utilizzare fino alla prossima tornata elettorale.
Alessandro Bonelli, 13 ottobre 2026
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