
C’è una scena che potrebbe più di mille retroscena: Matteo Renzi e Roberto Vannacci che si parlano lontano da occhi indiscreti, in un circolo canottieri romano. Indiscrezioni, voci. Politica d’acqua dolce, ma con ambizioni da tempesta perfetta. Perché qui non si tratta di gossip politico. Qui si potrebbe giocare una partita che, se portata fino in fondo, rischierebbe di bruciare definitivamente il capitale politico del generale più discusso d’Italia.
Il punto non è che Renzi faccia Renzi. È il suo mestiere: manovrare, scomporre, infilarsi nelle crepe. Il punto è chiedersi che cosa stia facendo — o pensando di fare — Vannacci. Perché se l’idea è davvero quella di mettersi di traverso, magari insieme all’ex premier, per far cadere un governo di centrodestra eletto da milioni di italiani, allora il problema non è Renzi. Il problema è Vannacci. Il Corriere della Sera racconta di due incontri riservati in cui Renzi avrebbe iniziato a “lavorarsi” il generale. L’obiettivo è limpido: convincerlo a staccarsi dalla Lega, correre da solo e sottrarre quel famoso 3% decisivo per “azzoppare i sovranisti di governo”. Tradotto: far perdere Giorgia Meloni. Un’operazione chirurgica, fredda, tutta politica. Renzi stesso ammette che “con Schlein non ce la faremmo”, la ricostruzione riportata dal quotidiano. E allora serve un altro grimaldello.
Qui entrerebbe in scena il sogno renziano: il pareggio. Una legislatura bloccata, il caos controllato, l’elezione del prossimo presidente della Repubblica affidata ai manovrieri. “E chi meglio di lui?”, il ragionamento dalle parti di Italia Viva. Nei loro desideri più audaci dovrebbero “finalmente esplodere il Pd e il centrodestra, a partire da Forza Italia. E allora sì che la famiglia Berlusconi scenderebbe in campo”. Fantapolitica? Forse. Ma intanto il nome che torna sempre è uno solo: Vannacci. Anche se, ammettono, “e lui tentenna”.
Nel frattempo parte il solito copione. Dal governo filtrano voci, si parla di sue “tendenze putiniane”, si racconta di una Meloni furiosa e pronta a intervenire se Salvini dovesse mollare la presa. L’addio alla Lega, dato per imminente, slitta. Secondo Il Giornale, qualcuno avrebbe fatto recapitare un messaggio “a un partito di opposizione”: “Aiutateci ad avere eco mediatica e alle prossime elezioni faremo perdere Meloni”. E chi è che, guarda caso, torna a parlare di Vannacci con la stampa? Sempre lui, Renzi: “La Lega e la destra i voti rischiano di perderli quando c’è una cosa a destra. Mi state sottovalutando il Vannacci, ragazzi”.
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Ecco il nodo politico, che qualcuno fa finta di non vedere. L’appeal di Vannacci nasce — piaccia o no — dentro l’elettorato di centrodestra. Un elettorato che può essere ruvido, polemico, persino arrabbiato, ma che su una cosa è inflessibile: il tradimento dei governi scelti con il voto. Se il generale diventa l’uomo chiave di un’operazione di palazzo per far cadere quel governo insieme a Renzi, quell’appeal evapora in un attimo.
E dall’altra parte? Pensare che l’elettorato di centrosinistra possa accogliere Vannacci è un esercizio di fantasia. Le sue idee, il suo linguaggio, il suo immaginario sono esattamente ciò che quel mondo considera intollerabile. Non lo voteranno mai. Al massimo lo useranno. E poi lo scaricheranno. Morale: Renzi fa il suo gioco. Vannacci dovrebbe chiedersi se vuole essere un protagonista politico o una pedina usa-e-getta. Perché tra fare rumore e contare davvero, in politica, passa una linea sottile. E superarla dalla parte sbagliata può costare carissimo.
Franco Lodige, 31 gennaio 2026
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