Politico Quotidiano

La vergogna di Sala, che vede “errori” solo nelle bandiere israeliane

Il caso del 25 aprile, il sindaco choc: "Non dovevano esserci". Ira della Comunità ebraica: "Trasforma l'aggredito in aggressore"

Beppe Sala Brigata Ebraica Immagine generata da AI tramite GPT Image 1.5 di OpenAI
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C’è un punto in cui la polemica smette di essere sfumatura e diventa scelta politica. E le parole del sindaco di Milano, Giuseppe Sala, sul corteo del 25 aprile ci portano esattamente lì. Perché quando Sala dice che “l’errore” della Brigata Ebraica è stato sfilare con le bandiere israeliane, non sta semplicemente commentando un episodio. Sta prendendo posizione. E la prende nel modo più discutibile possibile: scaricando il problema su chi, in quella piazza, è stato bersaglio e non protagonista delle tensioni.

“Penso che l’errore della Brigata Ebraica sia stato partecipare con le bandiere israeliane”, ha detto il sindaco di Milano, spiegando che, secondo quanto riferito dall’Anpi, ci sarebbe stata una garanzia sull’assenza di quei vessilli israeliani. E ancora: “In questa fase solo un fatto di buonsenso, sarebbe certamente meglio che non ci fossero state, anzi non dovevano esserci”.

Ora, fermiamoci un secondo. Davvero la bandiera di Israele è una provocazione? Davvero il problema, in una manifestazione che celebra la Liberazione dal nazifascismo, è la presenza della stella di David? E soprattutto: perché questo “buonsenso” non vale anche per gli altri simboli che nulla avevano a che vedere con il 25 aprile?

Perché, se il criterio è togliere ciò che divide, allora deve valere per tutti. Anche per le bandiere palestinesi, anche per gli slogan fuori contesto, anche per le caricature ideologiche che trasformano una ricorrenza storica in una piazza permanente di rivendicazioni contemporanee. Altrimenti non è buonsenso: è doppio standard.

E infatti la sensazione è proprio questa. Che si stia accettando una linea — molto vicina a quella di certa sinistra radicale — secondo cui alcuni simboli sono tollerabili e altri no. Alcuni possono sfilare (la bandiera palestinese, quella iraniana), altri devono farsi da parte per “non provocare” (il vessillo israeliano). Ma chi decide cosa è provocazione e cosa no? Se vogliamo “attualizzare” la Resistenza, che valga per tutti. I Pro Pal possono considerare il 7 ottobre una “lotta di resistenza” contro Israele. E Israele può rivendicare le sue operazioni militari come Resistenza contro i regimi arabi che lo circondano e che lo vorrebbero radere al suolo. L’unica cosa da non fare è considerare “lecita” una posizione e non l’altra, come accaduto a Milano

La risposta più dura a Sala arriva dal presidente della Comunità Ebraica di Milano, Walker Meghnagi, che smonta questa impostazione senza giri di parole: “Caro Sindaco, accreditare la versione di Minelli significa trasformare l’aggredito in aggressore. Significa applicare la stessa logica perversa di chi, di fronte a uno stupro, cerca di addossare la responsabilità alla vittima per come era vestita”. Parole pesanti, certo. Ma che nascono da fatti altrettanto pesanti avvenuti nella piazza del 25 aprile. Meghnagi li elenca uno per uno: “Saluti romani esibiti in pubblico, elogi a Hitler, aggressioni verbali contro ebrei, iraniani, ucraini”. E ancora: “Una bandiera georgiana è stata strappata con violenza”. Tutto questo, sottolinea, “in un corteo che si proclama antifascista”.

E allora la domanda torna inevitabile: davvero il problema erano le bandiere israeliane?

Perché qui il punto non è la conoscenza storica della Brigata Ebraica — che pure Sala richiama, lamentando una “iper semplificazione” — ma la lettura politica di ciò che è accaduto. Se davanti a insulti, intimidazioni e derive che nulla hanno a che fare con la memoria della Liberazione, la conclusione è che “non dovevano esserci” le bandiere di Israele, allora qualcosa non torna. Non torna perché si sposta il fuoco. Non torna perché si attenua la responsabilità di chi ha trasformato il corteo in un’arena ideologica. E non torna perché si manda un messaggio chiaro: per evitare problemi, è meglio che qualcuno si faccia da parte.

Franco Lodige, 27 aprile 2026

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