Matteo Salvini va all’attacco di Report e di Sigfrido Ranucci. “Penso che gli italiani meritino chiarezza – ha scritto sui social il vicepremier – E fino a che chiarezza non sarà fatta anche sui rapporti fra i due personaggi coinvolti, Ranucci e Lavitola, che erano costanti, amichevoli, penso che il denaro pubblico degli italiani non debba più andare a finanziare qualcuno che è coinvolto in questa triste vicenda”. Immediata la risposta di Ranucci: “Il ministro Salvini chiede alla Rai la mia sospensione”.
Facciamo un passo indietro. Valter Lavitola, arrestato il 10 agosto 2026, sarà interrogato nel carcere romano di Rebibbia nella tarda mattinata del 12 agosto. È indagato come presunto mandante dell’attentato contro Sigfrido Ranucci, giornalista e conduttore di Report, avvenuto il 16 ottobre 2025 vicino alla sua abitazione di Pomezia, alle porte di Roma. A Lavitola viene contestata anche l’aggravante del metodo mafioso. L’ordinanza di custodia cautelare è stata emessa dal gip di Roma Iole Moricca, giudice per le indagini preliminari, su richiesta della Procura di Roma.
Nell’ordinanza (qui l’analisi di Nicola Porro che l’ha letta per voi) si legge che l’attentato sarebbe stato commissionato da Lavitola “esclusivamente per accrescere la popolarità del giornalista e accelerare i progetti” dell’indagato “in ambito politico”. Il provvedimento descrive l’episodio come un fatto che, agli occhi di Ranucci e dell’opinione pubblica, doveva apparire come un atto intimidatorio, una ritorsione o un avvertimento legato alle inchieste del giornalista. Nelle carte viene anche riportato che l’azione non avrebbe dovuto mettere “in effettivo pericolo l’incolumità del giornalista”.
L’inchiesta della Procura di Roma
L’indagine è stata coordinata dal procuratore Francesco Lo Voi, capo della Procura di Roma. L’inchiesta era stata avviata dal pm Carlo Villani, magistrato passato poi a dirigere la Procura di Velletri, ed è seguita dal pm della Direzione distrettuale antimafia Edoardo De Santis. Le indagini sono state affidate ai carabinieri del Nucleo Investigativo. Alla fine di giugno 2026 erano già state eseguite quattro misure cautelari contro tre uomini e una donna, ritenuti gli esecutori materiali dell’attentato.
Le quattro persone raggiunte dalle misure cautelari sono accusate, a vario titolo, di detenzione, porto in luogo pubblico e uso di ordigno esplosivo, minaccia e danneggiamento. Per questi reati è contestata l’aggravante di aver agito in più di cinque persone e con modalità di tipo mafioso. L’ordigno era stato piazzato all’esterno dell’abitazione di Ranucci a Pomezia.
La posizione di Gomes Clesio Tavares
La misura emessa il 10 agosto riguarda anche Gomes Clesio Tavares, cittadino camerunense indicato come factotum di Lavitola. Tavares è ritenuto dagli investigatori l’intermediario tra Lavitola e il gruppo che avrebbe collocato l’ordigno. L’uomo risulta latitante e si troverebbe in Africa. I pm della Direzione distrettuale antimafia di Roma sono pronti ad avviare la procedura per chiederne l’estradizione in Italia.
Roberto De Vita, avvocato di Sigfrido Ranucci, ha dichiarato: “Sigfrido Ranucci è tre volte vittima, di un attentato grave e pericoloso, di un tradimento e di una strumentalizzazione da parte di un amico in un delirante teatro della follia (se i fatti verranno definitivamente accertati) e, in ultimo, con forse maggiore gravità di una massiva e persistente campagna di linciaggio mediatico e politico”.
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