Politico Quotidiano

L’editorialista (di sinistra) si schiera per il Sì? Il Corsera lo nasconde lì

Si rompe il coro: separare le carriere non è un golpe, ma semplice buon senso (che molti fingono di non vedere)

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C’è qualcosa di profondamente liberatorio nell’articolo di Antonio Polito sul Corriere della Sera di oggi. Sì, perché c’è. La prima pagina potrebbe trarre in inganno, effettivamente è un po’ nascosto. Sarà un caso. O forse no. Ma torniamo all’articolo. Perché è liberatorio? Perché fa una cosa semplicissima, quasi rivoluzionaria nel clima attuale: prova a ragionare sul referendum. Sì, proprio così. Niente tifoserie, niente riflessi condizionati, niente “se lo propone la destra allora io sto dall’altra parte”. Solo una domanda: serve o non serve al Paese?

E già questo basterebbe a mettere in crisi buona parte del dibattito pubblico. Ribadendo il suo Sì, Polito parte da una premessa che oggi suona come un’eresia: il referendum non è un congresso di partito, né un regolamento di conti tra governo e opposizione. È — o dovrebbe essere — uno strumento con cui i cittadini decidono nel merito. Non “a chi giova”, ma “che cosa giova”. Apriti cielo.

Perché il fronte del No, in queste settimane, ha fatto esattamente il contrario: ha trasformato una riforma tecnica e delicata in un referendum su Giorgia Meloni. Non ti piace il governo? Allora vota No. Non ti convince la politica estera? No. Non sopporti la maggioranza? Ancora No. Un capolavoro di semplificazione. E, diciamolo, anche di disinformazione. Polito lo dice con eleganza, ma il punto è chiarissimo: molte delle obiezioni contro la separazione delle carriere sono, nella migliore delle ipotesi, superficiali. Nella peggiore, sono vere e proprie balle.

Prendiamo la più grossa: “State stravolgendo la Costituzione”. Davvero? Basta aprirla, la Costituzione — non serve nemmeno essere giuristi — e leggere l’articolo 111: processo equo, contraddittorio tra le parti, giudice terzo e imparziale. Ora, domanda semplice: se il pubblico ministero è una delle parti, come può stare nella stessa carriera del giudice? Come può condividere lo stesso organo di autogoverno? Come può essere “cugino” professionale di chi deve giudicare? Polito usa una parola precisa: ossimoro. Una “parte imparziale” non esiste. È come dire “silenzio rumoroso”. E infatti la separazione delle carriere non è una rivoluzione. È, semmai, l’attuazione coerente di un principio già scritto nero su bianco. Altro che attentato alla Costituzione: qui si tratta di prenderla sul serio.

Poi c’è il tema del Csm, quel famoso “parlamentino” delle toghe. Anche qui, Polito fa una cosa disarmante: va a leggere l’articolo 105. Spoiler: non c’è scritto da nessuna parte che il Consiglio superiore della magistratura debba funzionare come un mini Parlamento delle correnti. C’è scritto che deve occuparsi di carriere, trasferimenti, disciplina. Punto. Il resto — le correnti, gli scambi, le cordate — è venuto dopo. E ha prodotto risultati che conosciamo tutti, dal caso Palamara in giù. Davvero qualcuno pensa che lasciare tutto com’è sia la soluzione? Il sorteggio, certo, può sembrare bizzarro. Ma lo è meno di un sistema in cui le nomine si decidono tra “partiti” interni alla magistratura. E qui il No diventa curioso: denuncia la politica, ma difende uno dei meccanismi più politicizzati che esistano.

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Poi c’è la campagna referendaria. E qui il giudizio di Polito è, se possibile, ancora più severo. “Si era promesso di non «politicizzare» la consultazione referendaria. Ci siamo invece ricascati in pieno”, il j’accuse dell’editorialista. Il No ha usato di tutto: “Bugie, falsi allarmi, arruolamenti di defunti e processi alle intenzioni sono stati usati a piene mani, approfittando della complessità della materia”. Il centrodestra, dal canto suo, non è stato da meno: promesse miracolistiche, slogan fuori bersaglio, attacchi generalizzati alla magistratura. In ordine sparso: “Si è attribuito alla riforma il potere di mettere fine a errori giudiziari, di evitare assoluzioni di spacciatori e pedofili, di liberare bambini nel bosco, tutte cose che non sono e non possono essere lo scopo della riforma”. Insomma: una gara a chi la spara più grossa.

Ma il punto centrale resta uno ed è quello che il fronte del No evita accuratamente di affrontare: nel testo della riforma non c’è nulla che sottoponga il pubblico ministero al potere esecutivo. Nulla. E allora di cosa stiamo parlando? Di suggestioni. Di paure evocate. Di sillogismi un po’ creativi: se Tizio è amico di Caio, e Caio non mi piace, allora anche questa riforma è pericolosa. Un ragionamento che reggerebbe a fatica in un’aula di liceo, figuriamoci in un dibattito pubblico serio.

Polito, con una certa dose di onestà intellettuale, lo dice chiaramente: guardiamo il testo. Non le etichette, non le alleanze internazionali, non le simpatie politiche. Il testo. E il testo dice una cosa semplice: separare chi accusa da chi giudica, ridurre le distorsioni interne, limitare il peso delle correnti. È perfetta? No. Risolverà tutti i problemi della giustizia italiana? Ovviamente no. Ma non è nemmeno il mostro che qualcuno racconta.

E allora forse il punto vero è un altro: il referendum mette a nudo un riflesso tutto italiano. Quando si parla di giustizia, smettiamo di ragionare e iniziamo a tifare. O con i magistrati, o contro. O con il governo, o contro. Polito prova a uscire da questo schema. E per questo il suo articolo dà fastidio. Perché smonta le scorciatoie, le semplificazioni, le bugie comode. E costringe a fare una cosa faticosissima: pensare. In tempi di slogan, è quasi un atto sovversivo.

Franco Lodige, 18 marzo 2026

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