La chiamano già “Stabilicum”. E quando in Italia si battezza una legge elettorale con un soprannome, significa che la politica ha deciso di fare sul serio. La maggioranza ha trovato l’intesa: vertice lungo, trattativa chiusa, testo quasi pronto. Ancora qualche limatura tecnica, un ultimo passaggio con i leader del centrodestra, poi il deposito in Parlamento. Missione dichiarata: garantire la “stabilità” del Paese. Missione reale? Evitare che dalle urne esca l’ennesimo rebus.
L’architettura è chiara: si manda in soffitta il Rosatellum e i suoi collegi uninominali e si torna al proporzionale. Ma non a un proporzionale puro e semplice, bensì corretto da un premio di maggioranza. Settanta seggi alla Camera, trentacinque al Senato per la coalizione che supera il 40 per cento. Se nessuno arriva a quella soglia, scatta il ballottaggio tra il 35 e il 40 per cento. Il nome del candidato premier potrà essere indicato nel programma depositato al Viminale, ma non comparirà più sulla scheda. E le preferenze restano un miraggio: liste bloccate, decide il partito. L’elettore vota il simbolo, il resto lo fanno le segreterie.
La premessa del testo è un piccolo trattato di teoria costituzionale. Nella premessa della legge depositata oggi in Parlamento dai capigruppo di maggioranza si parla di sistema “chiaro, coerente e capace di assicurare una traduzione fedele del consenso elettorale in seggi parlamentari, senza rinunciare all’esigenza, altrettanto essenziale, di garantire la formazione di maggioranze in grado di sostenere efficacemente l’azione di governo”. Il modello, spiegano i proponenti, è proporzionale, perché “la proporzionalità rappresenta infatti la modalità più lineare di traduzione del voto in rappresentanza”. Però, subito dopo, si introduce il premio di governabilità, definito non come un’alterazione arbitraria ma come un correttivo “limitato e predeterminato”. Insomma, rappresentanza sì, ma con un salvagente per chi vince.
E qui arriva il nodo vero, quello che aleggia sopra ogni riforma elettorale italiana: la Corte costituzionale. Il costituzionalista Stefano Ceccanti lo dice senza girarci troppo intorno: con il sistema attuale “il Rosatellum” quasi certamente “non produrrebbe una maggioranza”, ma questo non significa che si possa forzare la mano con un premio troppo generoso. Il precedente è la sentenza sull’Italicum voluto da Matteo Renzi, quando la Consulta accettò un premio che portasse al 55 per cento dei seggi con almeno il 40 per cento dei voti. Oltre quel tetto, avverte Ceccanti, si entra in zona rossa. “Al di là di come lo si congegni – sottolinea il professore – questo paletto è dirimente da rispettare e occorre prestare particolare attenzione perché la Corte è in grado, per fortuna, di decidere in tempi brevi prima del voto. Quindi chi prova a sforare il tetto del 55% rischia una bocciatura rapida oltre che quasi certa”. Tradotto: potete anche trovare l’accordo politico, ma se i numeri non tornano, la Consulta vi rimanda a casa prima delle urne.
Dal fronte opposto partono le accuse. Francesco Boccia, Chiara Braga e Nicola Zingaretti parlano di priorità sbagliate, di un vertice notturno che invece di occuparsi di emergenze economiche e sociali si concentra sulle regole del gioco. “Apprendiamo da giornali e agenzie di un vertice notturno di maggioranza. In un paese normale, un paese attraversato da tante emergenze economiche e sociali, ci saremmo aspettati, da un governo e una maggioranza seri, un vertice notturno per reperire più risorse per Niscemi, per approvare magari il salario minimo, per affrontare la questione del congedo paritario dopo che la ministra Calderone ha affermato, in una intervista, di volerlo e che invece Giorgia Meloni ha affossato. Invece no, la loro priorità oggi, la loro unica preoccupazione, è solo quella di garantire se stessi, cambiando la legge elettorale in modo irricevibile”.
La segretaria Elly Schlein alza ulteriormente il tono: “Questa accelerazione è il frutto della preoccupazione per l’esito referendario”. E aggiunge: “La fretta e la paura di perdere non sono buone consigliere”. Dalle indiscrezioni, sostiene, emergerebbe un testo “molto distorsivo della rappresentanza”, con premi “alti e senza limiti”, al punto da rischiare di consegnare a chi vince anche la possibilità di eleggere da solo il Presidente della Repubblica. È il grande spettro evocato ogni volta che si tocca la legge elettorale: il timore di una maggioranza troppo forte.
Dalla maggioranza, invece, si respinge l’accusa di voler cucire la legge su misura. Giovanni Donzelli parla di “critica preconcetta”, ironizzando sul fatto che l’opposizione attacchi il testo prima ancora di averlo letto. Promette dialogo dopo il deposito. Matteo Salvini, dal canto suo, ammette di non aver seguito i dettagli tecnici ma si dice soddisfatto dell’impianto: “Non sono appassionato di legge elettorale ma mi sembra sia fatta bene”. E soprattutto ribadisce il concetto chiave: “chiunque vinca vince e governa. Questo è l’importante”.
Ecco il punto politico, al di là delle formule e delle soglie: la maggioranza vuole un sistema che la sera del voto dia un vincitore certo. L’opposizione teme che, nel tentativo di garantire governabilità, si sacrifichi un pezzo di rappresentanza. In mezzo c’è la Costituzione e una Corte che negli ultimi anni non ha avuto esitazioni a intervenire.
La storia delle leggi elettorali italiane è un eterno pendolo tra proporzionale e maggioritario, tra paura dell’ingovernabilità e paura dell’uomo solo al comando. Ogni volta si promette la formula definitiva. Anche questa volta il futuro è tutto da scrivere.
Franco Lodige, 27 febbraio 2026
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Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI


