C’è una fotografia che, più di mille analisi, racconta lo stato dell’arte del cosiddetto campo largo: sorrisi, abbracci, dichiarazioni solenni. Tutti insieme sul palco, tutti uniti contro il nemico comune. Poi passano poche ore — letteralmente poche — e il sipario si apre su un copione già visto. Altro che alternativa di governo: qui siamo al litigio permanente. Perché la verità è brutale, ma semplice: questi, al governo non durerebbero sei mesi.
Il casus belli arriva puntuale, come una tassa. A riaccendere la miccia è Stefano Patuanelli, che a Radio 24 mette nero su bianco ciò che nel Movimento 5 Stelle non è mai stato nascosto: “Credo che con noi al governo ci fermeremo con gli aiuti all’Ucraina, ma penso che riusciremo a trovar la quadra anche sulla politica estera con le altre forze della coalizione”. Tradotto: noi vogliamo cambiare linea, poi si vedrà.
Ora, si può essere d’accordo o meno, ma almeno è chiarezza. Il problema nasce quando quella chiarezza si scontra con quella — opposta — degli alleati. Perché dal Partito Democratico la risposta arriva immediata, e non è esattamente diplomatica. Filippo Sensi affida ai social una replica che è tutto fuorché conciliante: “Patuanelli crede che ‘ci fermeremo con gli aiuti militari all’Ucraina’. Con loro di certo, sapendo bene da che parte stanno – riporta Il Foglio -. Con noi, invece, gli aiuti ci sono stati, ci sono e ci saranno. Fatevene una ragione”. Anche l’ex ministro Lorenzo Guerini non ha utilizzato troppi giri di parole: “Zero sconti, sempre con Kiev – riporta Il Riformista – Le ragioni della storia non si sacrificano sull’altare di un’alleanza”. Fine della luna di miele.
Non è un dettaglio. Qui non si discute di una sfumatura programmatica, ma di politica estera, cioè di una delle colonne portanti di qualsiasi governo. Da una parte chi vuole interrompere gli aiuti a Kyiv, dall’altra chi li considera irrinunciabili. In mezzo, il tentativo di tenere insieme l’incompatibile. E infatti arriva anche Carlo Calenda, che liquida la questione con la consueta sintesi: “Ecco, Patuanelli l’ha detto. Il campo largo al governo è uguale a ‘no aiuti militari’ all’Ucraina. Per Azione il primo punto è ‘continuare a sostenere militarmente l’Ucraina’. Sipario”. Sipario, appunto. Perché il punto è esattamente questo: la rappresentazione finisce prima ancora di iniziare.
A quel punto tocca a Elly Schlein provare a rimettere insieme i cocci. “Ho fiducia che anche noi troveremo l’accordo su tutto”, dice. Una frase che suona più come un auspicio che come una previsione. Anche perché, fuori dalle dichiarazioni di rito, la realtà è sotto gli occhi di tutti: non c’è una linea comune su uno dei dossier più delicati dello scenario internazionale. E quando manca la linea, manca la credibilità.
Il problema, però, è ancora più profondo. Non riguarda solo l’Ucraina. Riguarda l’idea stessa di coalizione. Luigi Marattin lo dice senza giri di parole: “C’è una cosa che non capisco. Ma come fanno questi di Pd e M5S anche solo a pensare di poter governare insieme l’Italia?!”. Domanda legittima. Perché se già oggi, all’opposizione, non riescono a stare d’accordo, cosa succederebbe domani a Palazzo Chigi? Ogni decisione diventerebbe un braccio di ferro. Ogni voto una trattativa estenuante. Ogni crisi un rischio concreto.
E poi c’è l’altro grande nodo: la leadership. Giuseppe Conte lancia l’idea delle primarie di coalizione, con un sottotesto chiarissimo — chi prende più voti, guida. Un modello che guarda al centrodestra, ma che nel centrosinistra è sempre stato indigesto. Anche perché i sondaggi, almeno per ora, sembrano sorridere più all’ex premier che alla segretaria dem. Schlein prende tempo: “oggi le primarie non sono la nostra priorità. Se ci chiudiamo in un dibattito politicista tra di noi tradiamo le aspettative di chi ha votato”. Traduzione: meglio non aprire adesso un altro fronte. Ma quel fronte esiste, eccome se esiste. E prima o poi esploderà.
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Soprattutto se, come non è impossibile, si dovesse votare prima del previsto. In quel caso, niente tempo per mediazioni, niente primarie, niente costruzioni graduali. Solo scelte rapide e inevitabilmente divisive. È qui che l’intero impianto del campo largo mostra la sua fragilità. Perché una coalizione che non ha una linea condivisa sulla politica estera, che non ha un leader riconosciuto e che fatica a trovare un programma comune, difficilmente può proporsi come alternativa credibile.
E allora sì, la considerazione finale torna con forza: al di là dei palchi e delle dichiarazioni, dei sorrisi e degli appelli all’unità, resta un dato politico difficile da ignorare. Ribadiamo: questi al governo non durerebbero sei mesi.
Franco Lodige, 28 marzo 2026
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