L’ultimo sondaggio di Nando Pagnoncelli per il Corriere della Sera racconta una realtà politica che va ben oltre i numeri. Se l’attuale quadro dovesse consolidarsi, il centrodestra potrebbe trovarsi davanti a un paradosso: aver bisogno di Roberto Vannacci per vincere le prossime elezioni e, allo stesso tempo, rischiare di indebolirsi proprio nel momento in cui decidesse di portarlo in coalizione.
Le cifre sono significative. Fratelli d’Italia si conferma primo partito con il 26,5%, mentre il movimento di Vannacci, Futuro Nazionale, viene accreditato al 7,1%. Nello scenario ipotizzato dal sondaggio, il centrodestra senza Vannacci si fermerebbe al 40,8%, mentre con il suo contributo salirebbe al 47,9%, superando il 44,6% attribuito all’eventuale coalizione formata dalle opposizioni.
Questa, però, è soltanto la fotografia demoscopica. La politica raramente segue la matematica. Vive di leadership, percezioni, aspettative e capacità di interpretare il sentimento dell’elettorato. Ed è proprio qui che nasce il “paradosso Vannacci”.
Una parte consistente del consenso del Generale deriva dalla sua collocazione esterna rispetto ai partiti di governo. Vannacci può rivolgersi a quell’elettorato che considera Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia ormai pienamente inseriti nelle dinamiche istituzionali. Può criticare i compromessi con Bruxelles, contestare alcune scelte nei rapporti internazionali e chiedere politiche più incisive in materia di immigrazione, sicurezza e identità nazionale senza dover fare i conti con i vincoli della responsabilità di governo.
È un vantaggio competitivo non trascurabile. Chi governa è inevitabilmente chiamato alla mediazione; chi resta fuori può permettersi toni più netti e posizioni più radicali, interpretando il ruolo della destra “di lotta”, contrapposta alla destra “di governo”.
Per questo un accordo elettorale prima del voto potrebbe trasformarsi in un’arma a doppio taglio. Entrare ufficialmente nella coalizione significherebbe condividere un programma, accettare compromessi e assumersi una parte della responsabilità delle future decisioni di governo. In altre parole, Vannacci perderebbe almeno una parte di quella libertà politica e comunicativa che oggi rappresenta uno dei principali motori del suo consenso.
Naturalmente non è affatto scontato che questo accada. Una parte dei suoi elettori potrebbe considerare l’ingresso nella coalizione come il passaggio necessario per incidere realmente sulle scelte del governo. Ma è altrettanto plausibile che una quota del suo consenso sia alimentata proprio dalla percezione di rappresentare un’alternativa agli equilibri consolidati del centrodestra. Se questa immagine dovesse affievolirsi, una parte dell’elettorato potrebbe tornare all’astensione oppure cercare nuovi punti di riferimento.
È qui che si apre il vero dilemma strategico per Giorgia Meloni e gli alleati. Conviene inglobare subito Vannacci, mettendo al sicuro quei voti ma rischiando di ridurne l’attrattività? Oppure è preferibile lasciarlo correre da solo, consentendogli di intercettare il voto di protesta e valutare un’intesa soltanto dopo le elezioni?
Molto dipenderà dalla legge elettorale con cui si voterà e dalla reale capacità delle opposizioni di costruire un’alternativa competitiva. Ma peseranno anche gli equilibri interni alla maggioranza, dove Forza Italia continua a guardare con evidente diffidenza all’ipotesi di un ingresso di Futuro Nazionale nella coalizione. Un’alleanza con il movimento del Generale, infatti, potrebbe anche costare consensi ai partiti di governo, soprattutto nell’elettorato moderato, poco incline ad accettare un ulteriore spostamento del baricentro della coalizione verso destra.
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Infine, molto dipenderà dallo stesso Vannacci. Sarà davvero disposto a legarsi stabilmente al centrodestra prima del voto, correndo il rischio di smarrire quella forza propulsiva che oggi deriva, almeno in parte, dalla sua autonomia politica?
Forse la soluzione più razionale è proprio quella indicata dal ministro leghista Giancarlo Giorgetti: evitare alleanze formali prima del voto, lasciare che ciascuna forza politica misuri il proprio consenso e, solo dopo le elezioni, aprire un confronto sulla base dei risultati delle urne e della legge elettorale. Una strategia che consentirebbe al centrodestra di beneficiare dell’eventuale consenso raccolto da Futuro Nazionale senza privare Vannacci di quella autonomia che, almeno oggi, sembra rappresentare uno dei principali fattori della sua crescita politica.
Salvatore di Bartolo, 26 luglio 2026
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