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Montanari non molla: quel dettaglio nel post sul governo (e non è un complimento)

Il rettore torna ad attaccare il ministro della Cultura: polemica sul post social

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Tomaso Montanari, rettore dell’Università per stranieri di Siena (ma, ormai, anche e soprattutto intellettuale di professione), continua imperterrito la sua personale crociata contro il Governo. Stavolta, non pago dei proclami metafisici dal palco del Primo Maggio contro Meloni per promuovere il suo nuovo libro, ha scelto di prendersela con Alessandro Giuli, ministro della Cultura, in un post su Instagram che rivela il costante rancore viscerale, quasi patologico, verso chiunque rappresenti l’attuale esecutivo.

Proprio Giuli, infatti, negli ultimi giorni aveva dimostrato di essere un ministro tutt’altro che allineato, criticando apertamente alcuni esponenti della maggioranza e mostrando un’indipendenza di giudizio che dovrebbe essere apprezzata da chi accusa il Governo di essere composto da meri esecutori di ordini emanati da un apparato oscuro e liberticida. Eppure, per Montanari, non è sufficiente. Anzi, paradossalmente, a quanto pare diventa non un elemento di pluralismo da elogiare, ma motivo di ulteriore attacco.

Nel post, Montanari definisce Giuli “un disastroso ministro della Cultura”, accusandolo di non aver avuto alcuna autonomia e di essere stato “commissariato dall’inizio alla fine dal clan Meloni e dai suoi fedelissimi”. Arriva persino a citare presunte confidenze secondo cui Giuli si sarebbe definito un prigioniero politico. La conclusione è lapidaria: il ministro dovrebbe fare una cosa dignitosa e seria e dimettersi, liberandosi così dalle catene.

Chiaramente degno di nota è anche il contorno scelto per accompagnare il messaggio. Alla foto, che ritrae Giuli in un abbigliamento estremamente elegante, Montanari ha abbinato la canzone Gastone, un brano del Ventennio fascista. Una scelta non casuale. Inserire un pezzo del repertorio musicale dell’epoca mussoliniana serve a instillare nel lettore medio una suggestione precisa: continuare ad associare al governo Meloni, e a chiunque ne faccia parte, una qualche relazione col fascismo. Montanari, volpone, sa bene l’effetto che certi simboli producono sul suo pubblico. A sinistra, ancora oggi, nulla è più redditizio dello spauracchio del fascismo.

Certamente, indipendentemente dall’aggressione a Giuli, in questi ultimi tempi Montanari è diventato uno dei volti più aggressivi dell’opposizione. Le sue uscite sono spesso caratterizzate da un tono apocalittico: ogni misura del governo viene letta come un attentato alla democrazia, ogni nomina come un assalto alla cultura, ogni voce dissidente interna alla maggioranza come prova di un regime autoritario.

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Il rancore di Montanari appare sovrumano, ingiustificato, persino ridicolo. Tanto da valere anche una presa in giro di Paolo Mieli in TV che, con grande ironia, ha suggerito al rettore, già che c’è, di parlare anche delle radici naziste e non solo fasciste di questo esecutivo.

Insomma, niente di nuovo sotto il sole. Attacchi così strampalati e campati in aria che, a pensar male, potrebbero sembrare non invettive messe in piedi per ideali, ma mere operazioni di marketing e personal branding. In tal caso, poco da dire: complimenti a Montanari.

Alessandro Bonelli, 14 maggio 2026

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