Politico Quotidiano

Occhio Giorgia, non è Delmastro: qual è il vero problema di Meloni

Di fronte a questo quadro, tutt’altro che rassicurante, le opzioni per la premier sono essenzialmente due

Giorgia Meloni Immagine generata da AI tramite DALL-E di OpenAI
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La lettura che si sta affermando in queste ore, soprattutto tra commentatori e giornalisti di area governativa, è tanto semplice quanto fuorviante: dopo la sconfitta referendaria, basterebbe rimuovere alcuni “capri espiatori” — Andrea Delmastro, Giusi Bartolozzi e Daniela Santanchè — per consentire a Giorgia Meloni di proseguire fino a fine legislatura, correggendo magari la rotta su economia e sicurezza.

Una ricetta rassicurante, ma profondamente semplicistica.

Che alcune figure andassero rimosse già da tempo è difficilmente contestabile. Tuttavia, attribuire a loro la responsabilità principale della sconfitta referendaria significa ignorare deliberatamente le cause più profonde. Il loro peso c’è stato — più marcato nel caso di Delmastro, marginale in altri — ma non è lì che si trova il cuore del problema.

Pensare di poter andare avanti senza una vera discontinuità, limitandosi a sostituire qualche nome ingombrante, è un grosso errore strategico. Un errore che rischia di logorare lentamente la leadership di Meloni, esponendola a una progressiva erosione del consenso. La politica, soprattutto dopo uno scossone elettorale significativo, non consente inerzie mascherate da stabilità.

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Anche l’idea di puntare tutto sull’economia appare, nei tempi dati, poco realistica. I margini di manovra sono stretti e i risultati, per essere percepiti concretamente nelle tasche dei cittadini, richiedono risorse oltre che tempo. E l’orizzonte temporale del governo, oggi, appare tutt’altro che ampio.

C’è poi un elemento che si tende sistematicamente a rimuovere dal dibattito: la politica estera. Per lungo tempo punto di forza dell’esecutivo, questa si sta progressivamente trasformando nel suo principale punto di vulnerabilità. Una postura percepita come passiva e un atlantismo del tutto privo di sfumature critiche stanno producendo una frattura crescente tra il governo e una parte significativa del suo stesso elettorato.

L’allineamento quasi speculare con figure come Donald Trump e Benjamin Netanyahu, che in una fase iniziale poteva apparire come un asset, si sta rivelando sempre più problematico. In Italia — e più in generale in tutta Europa — il presidente statunitense è oggi tutt’altro che un riferimento rassicurante: al contrario, alimenta diffidenza e un crescente senso di instabilità.

Ma il punto, oggi, è ancora più profondo. Non è solo l’Europa a guardare con crescente scetticismo a Trump: anche all’interno del suo stesso campo, il mondo MAGA mostra segnali di affaticamento e divisione. Il consenso attorno alla sua figura, pur rimanendo ancora significativo, non è più stabile come in passato; emergono crepe, critiche, stanchezza. Questo rende Trump un alleato meno prevedibile e, soprattutto, meno “spendibile” sul piano internazionale.

Per Giorgia Meloni, il rischio è evidente: legarsi a una figura sempre più polarizzante e meno solida significa esporsi a una doppia vulnerabilità. Da un lato, si rafforza la distanza con una parte dell’opinione pubblica europea e italiana; dall’altro, si rischia di restare ancorati a un interlocutore che potrebbe perdere peso o cambiare postura in modo repentino. In questo senso, Trump può trasformarsi in un problema ben più grande di quanto già non sia: non più un volano, ma un fattore di instabilità strategica.

A questo si aggiungono gli effetti economici dei conflitti in corso, a partire dal caro energia, che incidono direttamente sulla vita quotidiana dei cittadini e alimentano un senso di malcontento sempre più diffuso, che tende a ripercuotersi direttamente sulla popolarità dell’esecutivo.

Di fronte a questo quadro, tutt’altro che rassicurante, le opzioni sono essenzialmente due.

La prima: aprire una fase di reale discontinuità. Ciò significa non solo rivedere la linea in politica estera — assumendo una postura più autonoma e critica sui principali dossier internazionali, dal Medio Oriente all’Ucraina — ma anche intervenire sulla composizione del governo, dando un segnale concreto di cambiamento.

La seconda: prendere atto della difficoltà di invertire la rotta in tempi brevi e tornare alle urne. Farlo nel breve periodo, quando le opposizioni appaiono ancora frammentate e prive di una leadership solida, potrebbe rappresentare una scelta razionale.

Ciò che appare invece più rischioso è una terza via implicita: continuare così, senza veri cambiamenti, confidando che il tempo sistemi le cose. Anche perché, in politica, il tempo raramente cura. Più spesso, consuma.

Salvatore Di Bartolo, 30 marzo 2026

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