
Con l’ultima tornata elettorale interna, il Movimento 5 Stelle ha compiuto l’atto definitivo: ha azzerato anche l’ultimo baluardo delle sue origini. Spariscono dalle mappe del potere Roberto Fico, Virginia Raggi, Laura Bottici, Danilo Toninelli e Fabiana Dadone: volti storici, simboli di un’epoca in cui il M5S si presentava come forza alternativa, attenta ai cittadini e lontana dalle logiche tradizionali della politica.
Oggi, quel movimento che prometteva “uno a uno contro il sistema” è diventato l’ombra di sé stesso, governato da logiche interne e da fedeltà a leader più che a principi. A sancire questa svolta definitiva, l’elezione dei nuovi vertici del Comitato di garanzia e del Collegio dei probiviri, tutti profili con un evidente stampo contiano. Federico Cafiero De Raho, ex magistrato della Direzione nazionale antimafia, raccoglie il maggior numero di preferenze, affiancato da Barbara Floridia e Gianluca Castaldi.
È il trionfo del potere sulla piazza: il Movimento, che per anni aveva fatto della partecipazione diretta, del rifiuto delle élite e della politica “tradizionale” la sua bandiera, ora affida le proprie garanzie interne a un protagonista del mondo giudiziario. Un soggetto, peraltro, non estraneo a polemiche e ambiguità: la vicenda Striano, che ha visto Cafiero De Raho sotto accusa per la gestione discutibile di dati riservati, dimostra come il profilo del nuovo vertice non sia affatto privo di ombre e contraddizioni.
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È ironico – se non fosse drammatico – constatare come il Movimento, che per anni ha gridato “nessun compromesso con i poteri forti” e “trasparenza totale”, si trovi oggi a eleggere a custode dei regolamenti un uomo al centro di inchieste giudiziarie, per di più con una partecipazione al voto di poco superiore al 20% degli iscritti. La rivoluzione grillina si è trasformata in una gestione verticistica, con un consiglio nazionale che sostituisce la figura storica del garante, Beppe Grillo, e consolida una leadership interna che ormai si muove più tra correnti e fedeltà personali che tra battaglie civiche e riforme trasparenti.
Il risultato è chiaro: il Movimento 5 Stelle non è più il movimento della rete, della partecipazione diretta, della protesta contro il vecchio sistema. È diventato un partito normale, con un leader forte, fedelissimi e toghe a dirigere i processi interni. Il sogno di un’alternativa politica dal basso si è definitivamente dissolto, sostituito da un apparato che sembra lontano anni luce dagli ideali fondativi.
Chi si interrogava sul futuro del M5S oggi ha la risposta sotto gli occhi: la rivoluzione si è conclusa, ma non a favore dei cittadini. Si è conclusa nelle stanze del potere, con l’ombra di una certa magistratura che prende il posto del popolo. L’ultima bandiera del grillismo è ufficialmente stata ammainata.
Salvatore Di Bartolo, 16 marzo 2026
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