C’è qualcosa di profondamente comico nel vedere l’ennesima guerra civile tra minoranze ultra-specializzate dentro una manifestazione che ormai sembra il Comic-Con delle identità politiche. Stavolta il caso è quello del Roma Pride 2026, che ha escluso l’associazione ebraica LGBTQIA+ Keshet Italia dalla partecipazione con un carro perché non abbastanza allineata sulla definizione di “genocidio” riferita a Gaza.
Ora, si potrebbe discutere per ore di inclusione, pluralismo, discriminazione, test ideologici e compagnia cantante. Ma forse la domanda vera è un’altra: siamo sicuri che tutta questa roba mancherebbe davvero a qualcuno?
Perché il problema del Pride contemporaneo è che, da rivendicazione civile, si è trasformato in una gigantesca assemblea studentesca permanente con i carri allegorici. Un format in cui ogni gruppo pretende di essere contemporaneamente oppresso, moralmente puro e depositario della linea geopolitica corretta. E guai a sbagliare: non vieni contestato, vieni direttamente scomunicato.
La scena è irresistibile: un’associazione queer ebraica esclusa dal Pride perché non abbastanza ortodossa sul conflitto mediorientale. Il mitico George Orwell avrebbe chiesto i diritti d’autore.
Gli organizzatori sostengono che il Pride sia una “manifestazione politica” e che quindi sia necessario aderire integralmente al manifesto. Benissimo. Almeno cade finalmente la favola della “festa inclusiva aperta a tutti”. È un congresso ideologico itinerante con musica techno. E va bene così: basta dirlo chiaramente.
La cosa divertente è che queste polemiche vengono raccontate come drammi epocali della democrazia occidentale, mentre fuori dalla bolla il cittadino medio cerca di capire se riuscirà a pagare la bolletta senza accendere un mutuo. Ma no: fermate tutto, bisogna decidere se il carro queer ebraico abbia espresso una dissociazione semantica sufficientemente convincente.
A un certo punto bisogna anche avere il coraggio dell’impopolarità: possiamo sopravvivere senza questa baracconata. Davvero. L’umanità ha attraversato pestilenze, guerre mondiali, i cinepanettoni di Massimo Boldi e Christian De Sica e il Festivalbar 2003: supereremo anche un Pride trasformato in tribunale rivoluzionario permanente.
E forse, sotto sotto, sarebbe persino salutare. Meno cortei moralistici travestiti da rave, meno competizioni vittimistiche, meno certificati di purezza ideologica distribuiti col megafono dall’alto di un carro carnevalesco. Un po’ meno liturgia identitaria e un po’ più vita reale. Please.
Salvatore di Bartolo, 30 maggio 2026
Nicolaporro.it è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati (gratis).
Immagine generata da AI tramite GPT Image 1.5 di OpenAI


