Dei fatti di questo 25 aprile si è ampiamente parlato ed è giusto che si continui a farlo, così da non relegare nel dimenticatoio della storia azioni che con la Liberazione (e più in generale con la libertà) non hanno proprio nulla a che fare.
Bisogna sottolineare che la sopraffazione e la violenza fisica condotta da certi militanti di sinistra sabato scorso non è un caso isolato, ma il frutto di una cultura saldamente radicata e prosperata nel corso del tempo, legittimata anche dai leader di partito. Per anni la narrazione dominante ha costruito un salvacondotto ideologico per i facinorosi di ispirazione comunista o socialista.
I compagni possono aggredire, censurare, cacciare dal corteo chi non condivide la loro visione perché, per definizione, sono “antifascisti”. Chi dissente (sia esso un ebreo che ricorda il contributo della Brigata Ebraica nella lotta partigiana, un atlantista che difende la sovranità dell’Ucraina o un liberale classico) diventa automaticamente fascista, nemico della libertà e del popolo. E così, più in generale, si utilizza la stessa etichetta per bollare chiunque critichi l’immigrazione incontrollata, la retorica gender o le derive autoritarie di certi movimenti.
Eppure, facendo i conti con la storia, risulta facilmente intuibile come i movimenti estremisti di sinistra si siano macchiati di crimini e disordini indicibili. Gli anni di piombo videro un numero enorme di omicidi, violenze e gambizzazioni commesse da gruppi di estrema sinistra, Brigate Rosse su tutti. Ma per qualche oscuro motivo quella violenza è stata spesso difesa, persino romanticizzata in opere letterarie e cinematografiche (rigorosamente finanziate dai contribuenti) come una ribellione legittima, idealista, in nome dei diritti. Mentre a destra, alla prima zuffa, si levano gli scudi parlando del terrore della eterna deriva fascista.
Oggi succede una versione, fortunatamente (per il momento) più light dello stesso dualismo, ma gli squadristi rossi con il pugno chiuso che occupano le piazze e usano la forza per imporre il silenzio vengono schermati da una certa narrazione che li giustifica senza troppi problemi.
E in tal senso, nonostante il comunismo a ogni latitudine abbia lasciato dietro di sé gulag, carestie, repressioni e milioni e milioni di vittime, ancora oggi in Italia il termine “comunista” risveglia certi cuori anziani e giovani a tal punto da essere rivendicato come un termine nobile. Per questa ragione, anche a sinistra, quando qualcuno tra i loro estremisti si macchia di crimini che non si riescono a ignorare nemmeno turandosi il naso, l’etichetta che gli si affibbia è “fascista!”. Ma ridurre le nuove derive autoritarie di sinistra al fascismo serve solo a occultare l’eredità sanguinaria comunista e a giustificare nuove intolleranze.
I fatti del 25 aprile 2026 lo dimostrano: chi usa violenza per monopolizzare la memoria della Liberazione, chi aggredisce, insulta e caccia dal corteo non è antifascista. E talvolta nemmeno fascista. È comunista, nel senso più classico e inquietante del termine: intollerante verso ogni dissenso, pronto a usare la forza per imporre la propria verità. Chiamiamo le cose con il loro nome.
Alessandro Bonelli, 1° maggio 2026
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