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“Non ha risposto”, “Offensiva”. Alla faccia del rispetto: se Conte aizza il popolo dem

L'intervento di Giuseppi alla Festa Nazionale dell'Unità. Sul palco le domande della Guerzoni e lui risponde così

conte guerzoni
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Si dice che “le chiacchiere stanno a zero” ma nel meraviglioso mondo comunista le chiacchiere vanno a mille, fanno correre i treni, altro modo di dire, e riempiono le feste dell’Unità. Resta giusto da annotare la cronaca, in modo frigido, asettico, niente coloranti né conservanti. C’è un dibattito, polveroso il giusto, che non può vertere se non su cose fondamentali quali le alchimie elettorali, il campolargo, chi fa il candidato premier, quelle cose lì, che ammoscerebbero Siffredi e pure Sigfrido (no, Sigfrido magari no, lui era ben teso allo sbarco a palazzo Chigi come organizzato dall’amico di cuori, Valterino). La brava intervistatrice organica, dunque non particolarmente simpatica, pone una fatidica domanda sul far entrare Calenda, Renzi o chissà chi altri: il pubblico democratico, fatto di quelli che han studiato (ma ci hanno capito poco), prende a muggire, a vociare, arrivano insulti forse patriarcali, ma siamo a Reggio, alla festa comunista e quindi sono insulti inclusivi.

Eccoli gli apostoli di Sigfrido, i poveretti che ancora si sforzano, a costo di un’ernia, di un prolasso mentale, a considerarlo vittima: di se stesso, del suo amico carissimo, delle bombette coreografiche, dei pendagli da forca africani ma sempre amici, tutta una famigghia lì in mezzo: comunque vittima. La brava intervistatrice zdanoviana, pure un po’ piccata, un po’ ferita insiste, chiede al qui presente Conte se si sente di controfirmare un accordo che vedrebbe la Lella candidata unica per palazzo Chigi: il grillino rinnegato, lo Zero Stelle, come prende a chiamarlo il fondatore, coglie l’attimo, fiuta il sudore della folla studiata e gliela scaglia contro: una domanda offensiva, flauta e la folla, subito riprende con i latrati, col cafarnao. Con chi sta la plebe piddina, con la Lella o col Giuseppi che vuol farle le scarpe armocromistiche? Ma la plebe non cambia mai, non è diversa da quella di Erode, “volete voi libero Cristo o Barabba?”. E tutti, subito: Barabba!

A proposito di Barabba, la scena diventa deliziosa col Bonaccini seduto a sinistra della conduttrice il quale, ascoltando la pioggia d’invettive della bolgia democratica, sorride compiaciuto di un ghigno carogna, maramaldo, veramente comunista. Vedetevelo il video: non ricamo niente, sta tutto lì. Salamelle e veleni, anche se quest’anno per le prime sono tempi duri, i vegani oltranzisti han dichiarato guerra alle carni. Il comunismo è questa roba e non può cambiare: intolleranza nella stagnola del confronto, decisioni già prese, popolaccio da usare con la scusa del gestirlo in senso leninista. Il partito comunista può adescare per decenni, per secoli la classe operaia, i giovani, i vecchi, e poi se votano in modo non conforme li scarica, li infama, li definisce poveracci e analfabeti, da quale pulpito culturale non si sa, ma è una regola, un riflesso condizionato; in un battibaleno il proletariato viene rimosso, sostituito coi dannati della terra globale, clandestini e primitivi secondo intuizione negriana: se ci è andata male la rivoluzione operaia, rifacciamola con i migranti, con gli islam, coi degeneri del gender e facciamoli andar d’accordo o almeno fingiamo che sia possibile. Come dice apertamente in Francia quel losco arnese di Melenchon, e come in Italia non dicono ma pensano i comunisti nostrani, “sono loro la nostra nuova base elettorale, ci servono non per i pomodori ma per tornare al potere”.

Il resto, le feste meste, è coreografia e pretesto: i sinistri in fama di moderati come Calenda e Renzi, che insieme hanno ballato una sola estate, perché anche loro prede del demone divisivo, del litigare a tutti i costi, non debbono entrarci nella coalizione comunista che va da Ilaria Salis coi suoi pignoramenti, i suoi processi, all’avvocato del popolo passando per la massimalista Schlein: li uniscono una discreta pulsione antisemita mascherata da scrupolo palestinese, il ricorso allo statalismo provvidenziale e parassitario, il populismo fariseo per cui a maledire il Trump dei 5mila dollari a ciascun elettore sono i responsabili del diritto di cittadinanza, scempio che fa impallidire il clientelismo monarchico di Achille Lauro. L’estremismo grillopiddino è quello che portava in processione Ranucci ma che adesso che fanno fuori il megalomane, fattosi troppo ingombrante, troppo incontrollabile, forse pericoloso nella prospettiva di chissà quali altarini da non scoprire, lo molla senza una parola, con la disinvoltura di sempre: eravamo tutti Ranucci? Ci facevamo i selfie e i convegni, scendevamo in piazza in sua difesa contro le bombe fasciste, semite, meloniane, marciavamo contro le querele temerarie che produciamo su scala industriale? E allora? Era un altro momento, che potevamo saperne noi, noi siamo per la difesa democratica. Della Costituzione, maiuscolo, che vi pigli un colpo. I Ranucci passano, come i campi larghi, il comunismo intollerante no, le trame e gli intrighi per farsi fuori a vicenda mai. Ci va di mezzo una povera conduttrice organica, coperta di maledizioni, di fischi, di bestemmie mentre, fianco a lei, il presidente Bonaccini ride divertito, non gli passa per la testa di difenderla in quanto donna femminista e di sinistra.

Max Del Papa, 14 settembre 2026

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