
Le voci si rincorrono, inutile negarlo. Dopo la sconfitta al referendum e il repulisti al governo, con gli addii di Delmastro, Bartolozzi e soprattutto Santanchè, la maggioranza è stata attraversata vuoi o non vuoi dal brivido delle elezioni. Conviene far saltare il banco e costringere le opposizioni alla prova delle urne senza che abbiano ancora trovato la quadra del Campo Largo (Conte e Schlein ancora litigano sulle primarie…) oppure meglio restare al governo?
Il dibattito è aperto. Il ministro Guido Crosetto ripete che in queste ore, con la guerra in Iran ancora in corso, andare al voto sarebbe un suicidio. “Se non ci fosse una situazione internazionale così drammatica, penso saremmo andati tutti volentieri al voto per vedere se davvero gli italiani vorrebbero affidarsi ad altri – ha spiegato – Tra l’altro, la Costituzione più bella del mondo indica in cinque anni la durata della legislatura”. In Fdi fanno notare che adesso si apre la stagione delle nomine alle partecipate statali, e certo il governo non vuole lasciarle a nessun altro. E poi c’è quella promessa fatta dalla Meloni agli elettori: se perdo la sfida sulla giustizia, non me ne vado.
Su queste pagine il dibattito è aperto. C’è chi sostiene, come Nicola Porro nella sua Zuppa, che mandare gambe all’aria l’esecutivo sarebbe un errore clamoroso e molto meglio sarebbe concentrarsi sulle misure economiche, magari dando la priorità – stavolta – a quel ceto produttivo che ha votato Sì e che quattro anni fa ha mandato al potere FdI, senza però ricevere al momento molto in cambio. Altri – come Luigi Bisignani – ritengono che la mossa giusta potrebbe essere quella di dare il via ad un rimpasto vecchio stile, come nella Prima Repubblica, per dare l’idea di un cambio di passo. E altri ancora che la mossa migliore potrebbe essere proprio quella di costringere l’opposizione a misurarsi davvero col voto degli elettori, obbligandoli a scoprire che quei 15 milioni di voti per il No non sono necessariamente un assegno in bianco alla loro coalizione. Ovviamente bisognerebbe fare i conti con Sergio Mattarella, che come tutti i presidenti della Repubblica si guardano bene dallo sciogliere le Camere su richiesta di questo o di quel premier.
E così Meloni ragiona. Per prima cosa bisognerà riscrivere la legge elettorale, dicono in FdI. Non porta molta fortuna, va detto, alle maggioranze di governo riscrivere le regole del gioco: in passato è già successo che la nuova legge elettorale si ritorcesse contro chi l’aveva partorita. Però è convinzione nella maggioranza che così si finirebbe col consegnare al Paese un Senato ingovernabile, che renderebbe possibile la nascita di governi accozzaglia o peggio tecnici. Quindi? Quindi la soluzione potrebbe essere una via di mezzo. Ovvero andare a votare in autunno, magari ottobre. In questo modo il governo avrebbe il tempo di fare tutte le nomine e di far approvare al Parlamento la nuova legge elettorale. E il nuovo esecutivo avrebbe poi il tempo di scrivere la legge elettorale che va fatta votare al Parlamento entro la fine di dicembre.
Sono però suggestioni, ipotesi, idee sul tavolo. Che ovviamente dovranno fare i conti con Mattarella e, soprattutto, col suo successore. Il centrodestra, stavolta, non vuole mancare l’appuntamento con la Storia per provare a portare al Quirinale – finalmente – un esponente della propria cultura politica. Non si può sbagliare.
Franco Lodige, 30 marzo 2026
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